«È tempo di ridurre gli antibiotici negli allevamenti»

Il report

«È tempo di ridurre gli antibiotici negli allevamenti»

Rappresentano la sfida più difficile per la medicina moderna: i superbatteri resistenti agli antibiotici che rischiano di lasciare l’umanità disarmata. La guerra va combattuta su tutti i fronti, fattorie comprese. Un rapporto congiunto dell’Efsa e dell’Ema invita gli allevatori a fare la loro parte
Giovanna Dall’Ongaro

«È arrivato il momento di ridurre, ripensare e sostituire l’uso degli antibiotici per gli animali». Più che un invito è un appello accorato quello lanciato congiuntamente dagli esperti dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (European Food Safety Authority, Efsa) e dall’Agenzia europea per i medicinali (European Medicines Agency, Ema) agli allevatori europei. È una chiamata alle armi per combattere all’interno delle fattorie quella che l’Onu ha definito «la più grande sfida della medicina contemporanea»: l’antibiotico-resistenza. 

Tra poche settimane (a febbraio 2017) uscirà il rapporto annuale dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecde) con l’aggiornamento dei dati sulla resistenza agli antibiotici nei paesi dell’Unione Europea. Non possiamo aspettarci niente di buono. Così, giocando d’anticipo, gli esperti dell’Efsa e dell’Ema istruiscono gli allevatori sull’unica strategia possibile per combattere questa guerra epocale: ridurre il ricorso agli antibiotici al minimo indispensabile. 

Dal 1° gennaio del 2006 nei paesi dell’Unione Europea è vietato l’uso di antibiotici per stimolare la crescita degli animali allevati a scopi alimentari. Gli antibiotici si usano quindi solamente per curare le infezioni o come forma di prevenzione. È in questi due ambiti che bisogna puntare a soluzioni alternative. Quali? Nel rapporto congiunto dell’Efsa e dell’Ema si fa riferimento ai vaccini, ai probiotici, ai prebiotici, batteriofagi e agli acidi organici. Si tratta, dicono gli esperti, di «alternative agli antimicrobici che hanno dimostrato di migliorare la salute degli animali e quindi ridurre la necessità di usare antimicrobici».

In alcuni paesi, soprattutto del Nord Europa, queste misure si applicano già da alcuni anni, almeno da quando nel 2011 la Commissione europea lanciò il piano quinquennale di azione sull’antibiotico resistenza che prevedeva interventi di buon senso per limitare l’impiego di antimicrobici negli animali. E là dove quelle indicazioni sono state messe in pratica, il numero di superbatteri negli allevamenti si è ridotto. Se ne hanno alcune prove: la rinuncia alle cefalosforine di terza e quarta generazione in alcuni allevamenti di polli e maiali ha avuto come conseguenza la minore diffusione di ceppi di Escherichia coli produttrici di beta-lattamasi a spettro esteso (Esbl), ovvero enzimi che conferiscono resistenza ai beta-lattamici, farmaci importanti per il trattamento delle infezioni umane. Non è un risultato da poco: significa fare in modo che le attuali medicine tornino a funzionare. Perché se ciò non succede  lo scenario che ci aspetta è quello descritto nella Review on Antimicrobial Resistance, il rapporto commissionato nel 2104 dal governo inglese a una task force di esperti e pubblicato nel 2016: entro il 2050, le infezioni resistenti agli antibiotici rischiano di diventare la prima causa di morte al mondo. Riportando le parole del premier inglese James Cameron, si prospetta un ritorno al medioevo della medicina. 

«Ci sono solo pochi antibiotici nuovi in fase di sviluppo - dice Guido Rasi, direttore esecutivo dell’Ema - quindi quelli già disponibili devono essere utilizzati in modo responsabile, sia nell’uomo sia negli animali. La raccolta di dati sulla resistenza agli antimicrobici e sul consumo di antibiotici è la chiave per mettere in atto misure efficaci per controllare l’Amr e mantenere l’efficacia degli antimicrobici a beneficio della salute pubblica e degli animali». 

Gli esperti inoltre invitano gli allevatori a usare farmaci umani solamente come ultima spiaggia, sempre per evitare la proliferazione di batteri resistenti.  Nulla di nuovo rispetto a quanto già contenuto nelle linee guida della Commissione europea sull’uso prudente degli antibiotici nella medicina veterinari pubblicate a settembre del 2015. Ma la posta in gioco è talmente alta che vale la pena  ripetere le raccomandazioni, anche quelle che possono sembrare banali. Ovviamente la prevenzione è la prima arma: bisogna cioè fare in modo che gli animali non si ammalino. Ecco perché lo sviluppo di nuovi vaccini contro le malattie più diffuse, quelle dell’apparato gastrointestinale e respiratorio, sono invocati come un’ancora di salvezza dagli esperti europei. Ma non basta. Piantina alla mano, gli allevatori dovrebbero ristrutturare i loro stabilimenti in modo da ridurre il più possibile il rischio di contagio. Infine, va ricordato che la salute degli animali passa anche per il benessere: qualità del cibo, buone condizioni di vita e riduzione dello stress possono tenere alla larga il veterinario. 

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