Un'italiana su quattro non sarà mai madre

Scenari

Un'italiana su quattro non sarà mai madre

Non è solo una questione di crisi economica o di un'organizzazione sociale che non favorisce la maternità. A queste (spesso proprio per queste) si aggiunge un progetto di genitorialità sempre più rimandato nel tempo
redazione

Un quarto delle donne italiane che potrebbero diventare madri non lo diventeranno mai. Un'altra metà avrà difficoltà più o meno serie a procreare e sempre più spesso ricorrerà alle tecniche di Procreazione medicalmente assistita. Solo una su quattro riuscirà ad avere figli senza particolari problemi di salute.

Quello della denatalità sarà uno tra i temi al centro del Congresso dell'Accademia internazionale della riproduzione umana, che in questi giorni porterà a Roma ginecologi ed esperti da tutto il mondo, sotto la presidenza di Joseph G. Schenker di Gerusalemme. Un tema che dovrebbe riguardarci da vicino, visto che siamo uno tra i Paesi più vecchi al mondo, nel quale l'età media delle donne all prima gravidanza si aggira ormai intorno ai 31 anni.

«Oggi -dice Andrea Genazzani, ginecologo segretario generale dell'Accademia - abbiamo una chiave di lettura diversa da quello che comunemente si afferma sulla mancata procreazione. Incide, e molto, quel lasso di tempo troppo lungo tra la prima mestruazione e il momento della procreazione: 15-20 anni in cui possono accadere molte cose, dalla comparsa della endometriosi, alla presenza di fibromi, storie di infezioni genitali ricorrenti e malattie sessualmente trasmesse». Accade anche che gli ovociti invecchino essi stessi, a causa di un meccanismo di progressiva ipossia, cioè di progressiva carenza di ossigeno. L’età della prima gravidanza si è sempre più spostata in avanti, appunto oltre i 30 anni, ma in parallelo la fertilità femminile diminuisce con l’aumentare dell’età. «Questa posticipazione- osserva Pasquale Patrizio, professore al Dipartimento di Ostetricia e ginecologia alla Yale University e direttore del Centro per la fertilità – comporta una diminuita produzione di follicoli cui si accompagna una minore qualità ovarica». Attraverso il sequenziamento dell'Rna su ovociti di donne under 35 e over 40, infatti, i ricercatori hanno studiato l'effetto dell'invecchiamento sull'espressione genica delle cellule che circondano l'ovulo.

Non per niente si va affacciando una nuova e crescente realtà sociale: il cosiddetto “social freezing” (ma negli Stati Uniti, dove è maggiormente presente, non chiamatelo “social” perchè potrebbero prendervi a male parole visto che, in realtà, è un fatto molto, molto personale). Si tratta di donne, spesso impegnate nella carriera o in attesa di incontrare il compagno “giusto”, che sanno di poter desiderare un figlio avanti con l’età, anche oltre i 40 anni. Oggi la scienza offre loro l’opportunità di avere una maternità con i propri embrioni utilizzando il congelamento degli ovociti. «Circa il 5% delle donne che si approcciano a un centro di fecondazione assistita negli Stati Uniti - conferma Patrizio - lo fa per congelare ovuli per motivi elettivi o dettati da motivazioni “sociali”, da cui il nome di “social freezing”, che di “social” in realtà ha ben poco. Tre anni fa era circa l'1% e continuerà ad aumentare. In Italia siamo a cifre inferiori». Il congelamento, però, andrebbe effettuato non a 40 anni, ma a 30 anni o poco più. «Quella percentuale di successo dell’8% ottenuto in donne quarantenni - precisa Genazzani - sale al 35-45% quando si utilizzeranno ovociti raccolti e congelati prima dei 34 anni».

In ogni caso, la nuova indicazione condivisa dagli esperti della riproduzione umana è, quando si ricorre a tecniche di procreazione assistita, di trasferire nell’utero della donna un solo embrione, al massimo due: meglio uno se la donna ha meno di 35 anni, due se ne ha di più.

Per ricevere gratuitamente notizie su questo argomento inserisci il tuo indirizzo email nel box e iscriviti: