Vecchia Italia. Malata e con pessimi stili di vita

Il report

Vecchia Italia. Malata e con pessimi stili di vita

elderly-man-smokes.png

La sfida che il Servizio sanitario nazionale dovrà affrontare è quella legata alle crescenti fragilità degli anziani, destinati a crescere ulteriormente nei prossimi anni
di redazione

È vero: in Italia si muore sempre più tardi: a 81 anni gli uomini, a 85 le donne. Ma quella degli italiani non è una vecchiaia in salute, complice anche la ritrosia a cambiare abitudini nocive per la salute come fumo, sedentarietà e alimentazione scorretta.

Nonostante ciò, continuano a migliorare i dati sulla mortalità prematura, calati, dal 2004 al 2016, del 26,5% per gli uomini e del 17,3% per le donne.

Frutto soprattutto dei successi ottenuti contro le malattie cardiovascolari, ma (sebbene in minor misura) anche contro i tumori, che tuttavia sono la prima causa di morte tra i 19 e i 64 anni. 

Risultati importanti sono stati ottenuti anche sul fronte della mortalità neonatale e infantile, che ha raggiunto livelli tra i più bassi del mondo. 

Sono questi alcuni dei dati emersi dalla XVI edizione del Rapporto Osservasalute, curato dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.

Ecco i dati salienti. 

Stili di vita da cambiare

Sono circa 10 milioni e 370 mila i fumatori in Italia nel 2017, poco più di 6 milioni e 300 mila uomini e poco più di 4 milioni e 70.000 donne. Si tratta del 19,7% della popolazione di 14 anni e oltre. Il numero di coloro che fumano è rimasto pressoché costante a partire dal 2014.

In Italia, nel 2017, si conferma che più di un terzo della popolazione con più di 18 anni (35,4%) è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (10,5%); complessivamente, il 45,9% delle persone con più di 18 è in eccesso ponderale. Questi valori non presentano variazioni significative rispetto al 2016.

La quota dei bambini e degli adolescenti in eccesso di peso è pari al 24,2%; la fascia che preoccupa di più è quella tra i 6 e i10 anni, in cui 1 bambino su 3  è in sovrappeso o obeso. Al crescere dell’età, il sovrappeso e l’obesità diminuiscono, fino a raggiungere il valore minimo tra i ragazzi di età 14-17 anni (14,4%).

La buona notizia è l’aumento della propensione alla pratica sportiva, cresciuto in modo continuativo dal 19,1% del 2001 al 24,8% del 2017. Nonostante ciò i sedentari sono ancora molti, oltre 22,4 milioni, pari al 38,1% della popolazione.

Vecchia e malata

L’Italia è sempre più vecchia (nel 2017, gli ultra 65enni sono oltre 13,5 milioni, il 22,3% della popolazione totale), tuttavia, gli anziani italiani trascorrono più tempo dei coetanei europei in cattiva salute. Tradotta in cifre: se per un verso l’Italia è il primo Paese per longevità degli uomini, scende in graduatoria al terzo posto per speranza di vita alla nascita in buona salute (pur mantenendo un vantaggio di circa 4 anni rispetto alla media europea). Anche per le donne l’Italia scende in graduatoria, passando dal terzo posto per la speranza di vita al settimo quando si considerano gli anni di vita ancora da vivere in modo autonomo, senza limitazioni nelle attività dovute a problemi di salute, con un differenziale positivo di 3 anni rispetto alla media dei Paesi dell’UE.

Ciò ha inevitabilmente una ricaduta sui costi, basti pensare che le malattie croniche (di cui gli anziani sono i principali portatori)  la cui gestione incide per circa l’80% dei costi sanitari.

Se un paziente costa in media al servizio sanitario 708€, i costi medi annui sostenuti dal SSN per i pazienti cronici aumentano progressivamente al crescere dell’età, raggiungendo il picco nelle fasce di età 80-84 anni (1.129€) e 75-79 anni (1.115€), per poi calare leggermente nelle classi di età successive.

Spostando la visuale nella prospettiva delle malattie croniche, secondo i dati raccolti dai medici di medicina generale, in un anno si spendono 1.500€ per un paziente con uno scompenso cardiaco; circa 1.400€ per un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore; quasi €1.300 per un paziente affetto da diabete tipo 2; circa 900€ un paziente affetto da osteoporosi. Costa, invece, 864€ un paziente con ipertensione.

Nonostante tale enorme bisogno di assistenza, sembra che l’Italia non riesca ad adeguarsi all’epocale cambiamento demografico. L’assistenza agli anziani risulta infatti spesso carente: per esempio è ancora troppo bassa la quota della spesa sanitaria allocata dal sistema sanitario all’assistenza sanitaria a lungo termine (10,1%) se confrontata con quella di Paesi con simile livello di invecchiamento (14,8% in Francia e 16,5% in Germania).

Futuro a rischio

Serve dunque una maggiore attenzione al fenomeno, specie alla luce delle proiezioni che mostrano che questa fascia di popolazione, nel 2038 ammonterà a 18,6 milioni pari al 31,1% degli italiani. Di pari passo cresceranno i malati cronici.  

L’aumento sensibile delle persone con problemi di salute avrà sicuramente un impatto sulla domanda di cura e assistenza, sia di natura strettamente sanitaria che socio-sanitaria. Qualche dato: se nel 2016 il numero di contatti mensili con un medico specialista sono stati oltre 13 milioni, nel 2038 supereranno i 14 milioni; le notti passate in ospedale, nel 2016, sono state oltre 41 milioni, nel 2038 supereranno i 47 milioni; le persone che hanno fatto ricorso all’assistenza domiciliare, nel 2016, sono state oltre 1,8 milioni, nel 2038 supereranno i 2,2 milioni, mentre nello stesso anno saranno oltre 1,4 milioni quelli che domanderanno assistenza domiciliare di tipo sanitaria, contro gli oltre 1,2 milioni del 2016.

Ciò avrà inevitabilmente un impatto sulla spesa sanitaria: se attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono 66,7 miliardi di euro per la cronicità, nel 2028 si arriverà a 70,7 miliardi di euro

«Lo scenario che si prospetta evidenzia che la sfida che il Servizio sanitario nazionale dovrà affrontare è quella legata alle crescenti fragilità degli anziani, la spesa da sostenere per questo gruppo di popolazione non potrà gravare tutta sul settore sanitario, perché si tratta di prestazioni con una forte connotazione socio-assistenziale», ha affermato il direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane Alessandro Solipaca. 

«Di fronte al quadro futuro, per il SSN è necessario intensificare gli sforzi per promuovere la prevenzione e un cambio di paradigma rispetto all’organizzazione dei servizi di cura, definendo nuovi percorsi assistenziali in grado di prendere in carico il paziente nel lungo termine, prevenire e contenere la disabilità, garantire la continuità assistenziale e l’integrazione degli interventi socio-sanitari», ha concluso il direttore dell’Istituto di Sanità Pubblica-Sezione di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Walter Ricciardi.