I bambini cresciuti dalle coppie omosessuali stanno bene

NUOVE FAMIGLIE

I bambini cresciuti dalle coppie omosessuali stanno bene

di Antonino Michienzi

È un mercoledì mattina. Il disegno di legge Cirinnà (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) ha appena superato il voto per le pregiudiziali di costituzionalità. Una parte del Governo sembra voler tirare dritto riconoscendo pieni diritti alle coppie che non vogliono o non possono contrarre il matrimonio tradizionale (comprese le persone dello stesso sesso), mentre un’altra parte difende posizioni più conservatrici. 

Il clima è rovente. Ma è tutto nella norma: la questione è spinosa, chiama in causa convincimenti profondi, posizioni culturali e politiche radicate. 

Finché, poco dopo le 11 di mattina, il dibattito non scivola su un nuovo binario. La Società italiana di pediatria dice la sua sull’argomento in una nota ufficiale. 

Non è una voce politica: la Sip è la più grande società scientifica tra quelle che si occupano della salute dell’infanzia in Italia. La Sip parla per conto della Scienza. O almeno dovrebbe farlo. E per voce del suo presidente, Giovanni Corsello, offre una chiave di lettura medica al dibattito di questi giorni: «Come pediatri riteniamo […] che la discussione dovrebbe comprendere anche i profili clinici e psicologici del bambino e dell’adolescente». L’interesse del bambino prima di tutto, insomma. Ma a cosa allude la Sip?

Corsello, lo esplicita dopo poche righe: «Non si può […] escludere che convivere con due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva». 

Essere allevato da due persone dello stesso sesso, in sostanza, potrebbe essere deleterio per lo sviluppo del bambino, dicono i pediatri della Sip.

"Convivere con due genitori dello stesso sesso può avere ricadute negative?"

Inizia lo scontro tra Società scientifiche. La Società italiana di psichiatria risponde per le rime, bollando quelle dei pediatri come «speculazioni» e sostenendo «che si stanno ancora raccogliendo dati ed è quantomeno prematuro esprimere opinioni scientifiche su situazioni sociali molto recenti». Dello stesso parere anche i pediatri della Federazione italiana medici pediatri che parlano di «letteratura scientifica scarna e non consolidata da verifiche di lungo periodo». Nel frattempo, dalla Sip arrivano le precisazioni che smorzano le affermazioni iniziali, ma il danno è fatto.

Restano però i dubbi. Veramente i bambini che sono allevati da genitori dello stesso sesso possono subire «ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale»? Ed è vero che non esistono dati scientifici consolidati? 

Trent’anni (anzi sessanta) di ricerca

Non resta che scavare. PubMed è un motore di ricerca che attinge alla letteratura scientifica. Un vero e proprio pozzo della memoria di buona parte degli studi condotti nella nostra parte del mondo dagli anni Cinquanta in poi. 

Le ricerca è semplice: basta digitare parole come “same sex” o “homosexual” per avere direttamente dal motore di ricerca suggerimenti pertinenti “same sex parenting”, same sex adoption”, “children homosexual parents” e chi più ne ha più ne metta. 

Si apre un mondo. Che, percorso a ritroso, porta negli anni Cinquanta, quando qualcuno negli Stati Uniti comincia a interessarsi al benessere di quel crescente numero di bambini allevati in famiglie non tradizionali. Sulle riviste di settore compaiono prima sparute dissertazioni sugli effetti del divorzio dei genitori sui figli, finché dagli anni Sessanta il tema esplode e con esso la ricerca con metodi più vicini al quelli usati dalla scienza moderna. Nel frattempo, non mancava chi studiava l’idoneità al ruolo genitoriale delle persone omosessuali: a quel tempo l’omosessualità era classificata tra i disturbi psichiatrici (fu rimossa dal DSM-Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders nel 1973). 

Alla fine, a partire dagli anni Novanta arrivano i primi studi sul benessere dei bambini allevati da coppie omosessuali. È bene dirlo: non sono un’infinità; non sempre arrivano da riviste blasonate e probabilmente non tutti sono stati condotti con metodologie rigorose che ne garantiscano la piena affidabilità.

In molti casi emergono le sfide con cui i nuovi modelli di famiglia obbligano a confrontarsi, ma, presi tutti insieme, mostrano uno scenario che nel complesso assume credibilità. Lo sintetizza bene un volume “Lesbian and Gay Parenting” pubblicato dall’American Psychological Association nel 2005, il cui scopo era proprio fare il punto su questo tema: «In sintesi non ci sono prove che suggeriscano che le donne lesbiche o i maschi omosessuali non siano idonei a essere genitori o che lo sviluppo psicosociale nei bambini di donne lesbiche o maschi omosessuali sia compromesso rispetto ai figli di genitori eterosessuali. Non un singolo studio ha trovato che i figli di genitori lesbiche o omosessuali sia svantaggiato in qualunque aspetto rispetto a quelli di genitori eterosessuali. In effetti, le prove fino a oggi suggeriscono che gli ambienti domestici costituiti da genitori gay e lesbiche sono analoghi a quelli costituiti da genitori eterosessuali per sostenere e consentire la crescita psico-sociale dei bambini».

Il testo ha ormai dieci anni. Ma, salvo che in alcuni rari e controversi casi, non è mai stato smentito nella sostanza.

Normali, normali, normali

Benché datato, il volume dell’American Psychological Association conserva ancora la sua utilità perché analizza, uno per uno, i timori e gli stereotipi che aleggiano sulle coppie omosessuali e sui loro figli. Stereotipi che spesso, in USA, sono stati portati in tribunale per contestare, per esempio, l’affidamento di un figlio a un genitore omosessuale. Si basa sull’analisi della letteratura scientifica disponibile all’epoca, che nel frattempo si è arricchita, ma non è stata stravolta.

Vediamoli, dunque, questi stereotipi. A cominciare da quelli che riguardano i genitori. Tre sono i più frequenti: «che le lesbiche e i gay siano mentalmente instabili, che le donne lesbiche siano meno “materne” di quelle eterosessuali e che i rapporti con partner sessuali da parte di lesbiche e gay lasci loro poco spazio tempo per le interazioni con i figli», si legge nel volume.

La ricerca li smentisce senza lasciar spazio a dubbi. Anzi, in alcuni casi è stato osservato che le attitudini parentali delle coppie omosessuali sono superiori a quelle riscontrate in coppie eterosessuali. Per esempio, riporta il volume, «un recente studio su 256 coppie lesbiche e gay ha scoperto che, a differenza del modello che caratterizza la maggior parte dei genitori americani, solo una piccola parte di genitori gay e lesbiche riporta di usare punizioni fisiche (per esempio sculacciare) come tecniche educative; al contrario, è più probabile che riportino l’uso di tecniche positive come l’argomentazione».

Più articolata l’analisi condotta sui bambini/ragazzi: ha riguardato lo sviluppo dell’identità di genere (è vero che i figli di genitori omosessuali cresceranno omosessuali a loro volta?), lo sviluppo della personalità (è vero che i figli di genitori omosessuali sono più a rischio di malattie mentali e problemi comportamentali?), le relazioni sociali (i figli di genitori omosessuali possono essere stigmatizzati o sbeffeggiati dai compagni). Infine, è stato indagato uno stereotipo che viene spesso ripetuto: che i figli di genitori omosessuali abbiano un maggiori rischio di subire abusi sessuali. 

"Cresceranno omosessuali a loro volta? sono più a rischio di malattie mentali? rischiano di subire abusi sessuali?"

Anche in questo caso tutti i timori si sono rivelati infondati. La maggior parte dei figli di coppie omosessuali non è gay né lesbica, ma eterosessuale. I figli di coppie omosessuali non mostrano maggiori sofferenze mentali e comportamentali rispetto agli altri. Quanto alla «paura che i bambini in custodia a genitori lesbiche o gay siano a più alto rischio di abusi sessuali» è un’affermazione «senza basi nella letteratura», si legge nel rapporto.

Non è un problema di orientamento sessuale

Sono passati dieci anni dalla pubblicazione di quel volume, che in parte basava le sue conclusioni su dati derivanti da contesti in cui uno solo dei genitori era omosessuale. Cosa è cambiato nel frattempo? La ricerca è andata avanti, forte anche della maggiore diffusione (o della semplice emersione) delle coppie omosessuali e del progressivo riconoscimento giuridico dei legami tra persone dello stesso sesso. 

Così oggi sappiamo molto di più: abbiamo una casistica più ampia e variegata, studi su aspetti dettagliati della vita dei bambini (per esempio la scuola), ricerche specifiche per le modalità con cui si sono avuti i bambini (da un rapporto eterosessuale, per adozione, per fecondazione assistita o genitore surrogato). Molti aspetti non sono ancora stati chiariti, è vero, ma su tanti altri abbiamo risposte chiare e dettagliate.

Un esempio? Immaginiamo un diciassettenne nato con fecondazione artificiale e cresciuto da una coppia lesbica. Traumatizzato? Problematico? Per niente. Uno studio pubblicato su Pediatrics condotto su 150 donne che si sono sottoposte a fecondazione in vitro (con donatore esterno) e che hanno allevato il figlio o la figlia insieme alla compagna dice che, giunti a 17 anni, i ragazzi vanno bene a scuola, non hanno problemi sociali né comportamentali né si riscontrano particolari differenze con i coetanei. 

La scuola e i risultati scolasti sono un indicatore importante del benessere dei ragazzi perché è quello il primo contesto in cui emergono i problemi. Ecco allora che una vasta indagine su tutta la popolazione degli Stati Uniti pubblicata sulla rivista Demography racconta una verità molto semplice: è vero che su larga scala i figli di coppie omosessuali tendono a essere bocciati più spesso rispetto a quelli provenienti da coppie etero. Tuttavia «quando si verifica la situazione socioeconomica dei genitori e le caratteristiche degli studenti, i figli delle coppie omosessuali non possono essere distinti con certezza statistica dai figli delle coppie eterosessuali sposate», scrive Micheal J.Rosenfeld del dipartimento di Sociologia della Stanford University.

"Il benessere dei figli, più che dall’orientamento sessuale dei genitori, è influenzato dal rapporto con i loro genitori e dalla presenza di supporto sociale per la famiglia"

Ed eccoci al punto: l’ultimo decennio di studi sul tema ha chiarito che l’orientamento sessuale dei genitori poco ha a che vedere con il benessere dei figli. Soprattutto, però, ha permesso di capire cosa invece lo influenza: «più di 100 pubblicazioni scientifiche negli ultimi 30 anni […] hanno dimostrato che il benessere dei figli, più che dall’orientamento sessuale dei genitori, è influenzato dal rapporto con i loro genitori, dal senso di competenza e sicurezza dei genitori, e dalla presenza di supporto sociale ed economico per la famiglia», scrivono sulle pagine di Pediatrics Ellen C. Perrin e Benjamin S. Siegel, membri del Committee on Psychosocial Aspects of Child and Family Health dell’American Academy of Pediatrics.

Supporto sociale ed economico, scrivono i pediatri americani. Che non significa soltanto assegni familiari. Significa soprattutto accettazione sociale, integrazione, non discriminazione. 

«Un aspetto che è comune per i genitori lesbiche e gay e per i loro figli è fare i conti con la costante possibilità di avere a che fare con gli effetti del pregiudizio nei confronti di lesbiche e gay (spesso descritto come omofobia), scriveva sulle pagine di Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics Fiona Tasker della Birkbeck College University of London. Un fenomeno che esiste e che le ricerche fanno fatica a cogliere: anche se uno studio americano ha stimato che circa un quinto dei genitori gay riferisce episodi di omofobia, osserva Tasker. L’omofobia non soltanto mina il benessere dei figli, ma diversi studi hanno mostrato che è la principale causa di attriti tra i figli e i genitori dello stesso sesso. 

Il matrimonio conta

Non è però soltanto l’esplicita opposizione all’omosessualità a produrre effetti sui bambini. Ellen C. Perrin e Benjamin S. Siegel spiegano su Pediatrics perché anche il mancato riconoscimento del diritto al matrimonio alle persone dello stesso sesso può ripercuotersi sui figli. Non lo fanno con dati, ma con una semplice argomentazione: «Gli uomini e le donne sposati sono fisicamente ed emotivamente più sani e hanno minori probabilità di adottare comportamenti a rischio come il consumo di alcol e droghe», spiegano Perrin e Siegel. «Sia gli uomini sia le donne vivono di più se sposati […]. Tendono ad avere rapporti con più persone e istituti sociali, che aumentano il livello di supporto sociale. È stato chiarito che genitori sposati creano un ambiente migliore per lo sviluppo dei bambini. Il matrimonio supporta la permanenza e la sicurezza (gli ingredienti base per un sano sviluppo dei bambini), è inoltre lo strumento sociale che conferisce diritti, benefici e protezione a supporto dei genitori e dei bambini». Le coppie omosessuali non fanno eccezione. E neanche i loro figli. Per questo, concludono i pediatri, «dal momento che il matrimonio rafforza le famiglie e, in tal modo, offre benefici allo sviluppo dei figli, i bambini non dovrebbero essere privati dell’opportunità che i loro genitori si sposino».

Il grande dubbio

Se questo è ciò che emerge da gran parte della letteratura scientifica è però pur vero che non sono mai mancate le voci discordanti. La più forte e potenzialmente distruttiva si è levata nell’estate del 2012, quando un’autorevole rivista di scienze sociali (Social Science Research) pubblicò uno studio (il New Family Structures Study) che sembrava scardinare tutti i tranquillizzanti risultati che la ricerca aveva prodotto fino ad allora.

Lo studio indagava una miriade di indicatori. E quasi su tutti i figli delle persone dello stesso sesso avevano risultati peggiori rispetto ai figli delle coppie etero.

Sosteneva che i figli cresciuti da genitori dello stesso sesso avevano un maggior ricorso a prestazioni di welfare (indice di malessere economico), avevano un più basso grado di istruzione, riportavano minore sicurezza in famiglia, riferivano un impatto negativo dalla famiglia di origine, avevano maggiori probabilità di soffrire di depressione, di essere arrestati; se donne, di avere più partner sessuali, sia maschi sia femmine.

E ancora: i figli di coppie lesbiche (ma non gay), avevano maggiori probabilità di convivere (senza essere sposati), una probabilità quattro volte più alta di dover ricorrere all’assistenza sanitaria pubblica, di essere disoccupati, di dichiarare il proprio orientamento sessuale come diverso da eterosessuale, di tradire il partner, di essere molestato sessualmente dai genitori o da altri adulti, di essere forzato a fare sesso contro la propria volontà, di essere psicologicamente dipendenti dagli altri, di usare marijuana, fumare e guardare troppa televisione, di incorrere in una condanna per reati minori. 

Uno scenario apocalittico. Così terribile che in molti ci vollero vedere chiaro e cominciarono a passare al setaccio lo studio. 

A condurlo era stato Mark Daniel Regnerus, un giovane sociologo professore alla University of Texas di Austin molto vicino agli ambienti conservatori. A finanziarlo, invece, la Bradley Foundation e il Witherspoon Institute, quest’ultimo un think tank ultraconservatore che si presenta sul proprio sito come «un centro di ricerca indipendente che lavora per migliorare la comprensione pubblica dei fondamenti morali delle società libere e democratiche» e ha tra le sue pubblicazioni titoli come “No Differences? How Children in Same-Sex Households Fare”, “Embryo: A Defense of Human Life”, “Marriage and the Public Good: Ten Principles”.

"Il più grande studio che ha messo in dubbio il benessere dei bambini nelle coppie dello stesso sesso si è rivelato zeppo di errori e condizionato da interessi di parte"

Legami che non passano inosservati. Non trascorre neanche un mese e quasi duecento sociologi americani scrivono indignati alla rivista mettendo in discussione il metodo dello studio e i suoi risultati. Ma soprattutto la rapidità con cui Social Science Research aveva deciso di pubblicarlo. Una velocità che tradisce, secondo i sociologi, un processo di revisione dell’articolo compiacente. Scoppia il caos. Viene richiesta un’indagine in seno all’Università che non verrà mai avviata, si moltiplicano gli interventi del mondo scientifico, sulle colonne del New York Times l’editorialista Mark Oppenheimer si chiede quanto sia legittimo che le credenze personali dei ricercatori influenzino i risultati delle loro ricerche e, infine, emerge il ruolo del Witherspoon Institute nel condizionare i risultati della ricerca.

Lo studio ne risulta completamente delegittimato. Finché ad aprile del 2015, una nuova lettura dei dati del New Family Structures Study, pubblicata sulla stessa rivista su cui era stato pubblicato l’iniziale studio di Regnerus, non mette una pietra sopra questa vicenda. A condurla due sociologi, Simon Chenga dell’University of Connecticut di Storrs e Brian Powell dell’Indiana University di Bloomington. I loro sillogismi a termine dello studio sono spietati: abbiamo identificato numerosi potenziali errori di misurazione, le conclusioni di Regnerus erano dovute a questi errori e ad altre scelte metodologiche.

Capitolo chiuso. Le differenze tra i figli cresciuti da genitori gay o lesbiche e quelli cresciuti da genitori eterosessuali non ci sono. 

Tutto il resto è politica.