Gli abusi da piccoli non si dimenticano

Effetti indelebili

Gli abusi da piccoli non si dimenticano

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Immagine: Anna Bauer, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
È tutto immaginabile. Ma con i dati alla mano, l’impatto a lungo termine dei maltrattamenti infantili diventa davvero inquietante. Subire un abuso prima dei 5 anni aumenta le probabilità di abbandonare gli studi, di consumare alcol e droghe, di avere problemi con la legge e di morire giovani

All’inizio ci sono le difficoltà scolastiche, una  bocciatura dopo l’altra fino all’abbandono degli studi. Poi cominciano i problemi con la giustizia, il consumo di sostanze stupefacenti, la difficoltà a trovare lavoro, la povertà, le condizioni di salute precarie. Spesso si muore giovani, prima dei quarant’anni. È la drammatica catena di eventi che segna il destino della gran parte dei bambini vittime di abusi. Le violenze subite da piccoli hanno ripercussioni a lungo termine sulla salute fisica e psichica, sulla qualità e sulla durata della vita. Non c’è da stupirsene, è tutto immaginabile e prevedibile. Ma due nuovi ampi studi appena pubblicati su Pediatrics forniscono prove concrete del danno ipotizzabile dopo aver guardato da vicino le vite rovinate da esperienze traumatiche infantili. 

Il primo studio dice che i bambini che subiscono violenze prima dei 5 anni hanno fino al triplo di probabilità di avere una salute precaria da adulti, soprattutto nel caso in cui il responsabile del maltrattamento sia una persona amata di cui ci si fida. 

Il secondo studio dimostra che le persone maltrattate da piccole hanno una probabilità cinque volte maggiore di morire all’età di 33 anni, per droga, alcol o per suicidio. 

La prima indagine è stata condotta su più di mille individui seguiti dall’asilo all’età adulta. Gli eventuali episodi di maltrattamento nei primi anni di vita (intorno ai 6 anni) erano stati segnalati dal personale scolastico o da chi sei prendeva cura dei piccoli. I partecipanti sono stati poi seguiti e intervistati ogni anno fino all’età di 25 anni. Un terzo dei bambini arruolati nello studio viveva con un solo genitore, il 18 per cento era figlio di donne che non avevano completato gli studi superiori. I ricercatori hanno registrato qualunque segno fisico degli abusi, qualunque problema legale dei partecipanti e delle loro famiglie, qualunque episodio di conflitto tra parenti, divorzi e separazioni. È stata presa in considerazione anche la condizione economica della famiglia. 

In tutto sono emersi 93 casi di abusi o di eventi traumatici e stressanti nei primi cinque anni di vita dei bambini. Un numero che potrebbe essere sottostimato dato che non sempre gli adulti riconoscono o denunciano gli episodi sospetti. 

I ricercatori hanno scoperto che i giovani adulti che avevano subito abusi da piccoli mostravano maggiori difficoltà a scuola, venivano assegnati con maggiore frequenza ai percorsi di recupero o venivano bocciati. Solamente il 13,6 per cento aveva conseguito una laurea di quattro anni rispetto a circa il 30 per  di coloro dei coetanei con un’infanzia non contrassegnata da violenze. Ma le differenze più significative erano altre: i giovani sottoposti ad abusi avevano il doppio di probabilità di ricevere il sostegno dei servizi sociali, avevano un elevato rischio di andare incontro a problemi di salute, di fare uso di droghe (19.6% vs 10.3%), di commettere reati di ordine pubblico o privato (33,3% vs 23%) e di venire accusati di crimini violenti (26,7% vs 16%). 

Le ragioni di questa cascata di eventi disastrosi non sono state del tutto chiarite. Gli abusi potrebbero avere effetti sul sistema nervoso centrale.

«Ci sono prove che l'abuso fisico cambi la struttura del cervello in una fase critica dello sviluppo. Sicuramente causa problemi di relazione e compromette la capacità di un bambino di fidarsi e di sentirsi al sicuro. I bambini diventano ipersensibili ai segnali ostili e più propensi a interpretare le informazioni ambigue come ostili. A lungo termine, questo cambiamento può renderli ipervigilanti e più aggressivi», afferma Jennifer E. Lansford del Center for Child and Family Policy, della Duke University nel North Carolina, a capo dello studio. 

Nella seconda ricerca pubblicata su Pediatrics, gli scienziati hanno analizzato i dati della vita media di tutte le persone nate nell’Australia del Sud tra il 1986 e il 2003 incrociandoli con quelli dei contatti ai servizi di protezione per l’infanzia (child protection service, Cps). Il 20 per cento del campione aveva richiesto una consulenza ai servizi di tutela intorno all’età di 16 anni e solo il 2 per cento era stato sottratto alla famiglia e inserito in strutture per minori. 

Ebbene, chi aveva avuto un contatto con i servizi di protezione dei minori aveva più del doppio di probabilità di morire a 33 anni. Chi finiva nelle strutture di accoglienza aumentava di cinque volte il rischio di morire prematuramente. Tra le cause di morte più frequenti risulta l’avvelenamento, l’abuso di alcol e di altre sostanze, problemi di salute mentale e suicidio. Anche le morti naturali erano significativamente più alte. 

All'età di 33 anni, la mortalità complessiva nel gruppo di ragazzi entrati in contatto con i Cps era di 30,9 per mille rispetto a 5,1 per mille nel gruppo di controllo. Gli individui con episodi confermati di maltrattamento durante l'infanzia avevano una mortalità considerevolmente più alta (13,7 per 1.000).

«I maltrattamenti sui minori hanno un impatto devastante in termini di aumento del rischio di morte. Penso che questi risultati siano particolarmente pertinenti ora, dato il considerevole aumento dello stress in famiglia associato alla pandemia COVID-19, che senza dubbio aumenterà l'esposizione dei bambini a gravi abusi e abbandono. Dobbiamo agire ora per evitare queste potenziali conseguenze disastrose nell'adolescenza e nell'età adulta», ha affermato Leonie Segal, dell’Health Economics and Social Policy Group dell’University of South Australia, di Adelaide, che ha guidato lo studio.