Lo stile di vita fa il microbioma

Lo studio

Lo stile di vita fa il microbioma

di redazione
Uno studio su Cell dimostra che l’ambiente, l’alimentazione e lo stile di vita modellano il microbioma intestinale. Nelle popolazioni industrializzate lo scambio di geni tra batteri avviene con maggiore frequenza rispetto alle popolazioni rurali dove c’è una maggiore biodiversità

Un gran traffico di geni che vanno avanti e indietro tra batteri differenti dell’intestino. Il processo, noto come “trasferimento genico orizzontale”, è particolarmente diffuso nelle popolazioni industrializzate e molto meno in quelle rurali. E avviene in ogni singolo individuo per l’intero arco della vita. 

Il risultato di questo frenetico baratto di geni è che i microbi della flora intestinale finiscono tutti per assomigliarsi. Succede un po’ quel che accade tra i bambini che si scambiano le figurine dei calciatori per completare lo stesso album. A descrivere l’intestino di chi vive in città come un mercatino della permuta, attivo giorno e notte per tutta la vita, sono i ricercatori del MIT che sulle pagine di Cell evidenziano le differenze tra il microbioma delle civiltà industrializzate e quello delle popolazioni che vivono a contatto con la natura. 

Gli scienziati dimostrano che la popolazione batterica intestinale modella se stessa in base allo stile di vita del proprio ospite grazie allo scambio di geni tra microbi. 

«Una conseguenza inaspettata negli esseri umani che vivono nelle città potrebbe essere che ci siano condizioni che favoriscono lo scambio di geni tra i batteri che abitano nel nostro intestino», afferma Eric Alm, direttore del Center for Microbiome Informatics and Therapeutics del MIT e autore senior del nuovo studio.

Il lavoro presentato su Cell è il primo prodotto dal Global Microbiome Conservancy (GMbC), un consorzio di ricerca nato con lo scopo di raccogliere campioni di microbioma dalle popolazioni umane in minoranza nel mondo per preservare le specie batteriche che sono a rischio di estinzione a causa  della diffusione di abitudini alimentari e comportamenti che non favoriscono la biodiversità del microbioma. 

Grazie al progetto Global Microbiome Conservancy, lanciato nel 2016, sono stati finora raccolti campioni di microbioma di 34 popolazioni nel mondo.

Studiando i batteri delle diverse popolazioni, i ricercatori hanno osservato che lo scambio di geni tipico delle popolazioni industriali riduce il numero di specie presenti nell’intestino. E questa ridotta biodiversità potrebbe ripercuotersi sulla salute dell’intestino e di riflesso su quella dell’intero organismo. 

Il microbioma delle popolazioni rurali è molto più diversificato e ospita molte specie che non sono presenti nell’intestino delle popolazioni industrializzate. La diversità è probabilmente dovuta a differenze nello stile di vita, nell’alimentazione, nell’esposizione ai microbi del suolo e nell’uso degli antibiotici. 

Dalle analisi di laboratorio, gli scienziati hanno osservato che i batteri possono ottenere da 10 a 100 nuovi geni ogni anno.  E, a seconda dell’ambiente in cui si vive, alcuni scambi genetici sono più frequenti di altri. 

Per esempio, tra le popolazioni di pastori che utilizzano antibiotici per il  bestiame, i geni che vengono scambiati con maggiore frequenza sono quelli della resistenza agli antibiotici. Nelle società non industrializzate di cacciatori-raccoglitori, le attività di scambio ruotano intorno ai  geni coinvolti nella degradazione delle fibre.  E questo accade perché quelle popolazioni consumano più fibre alimentari rispetto alle popolazioni industrializzate, dicono i ricercatori.

Nelle popolazioni industrializzate, infine, i ricercatori hanno riscontrato tassi di scambio particolarmente elevati proprio per i geni che facilitano il trasferimento genico. Bisognerà ora capire come tutto ciò possa influenzare l’insorgere di malattie infiammatorie come la sindrome dell'intestino irritabile che sono molto più diffuse nelle società industrializzate rispetto a quelle non industrializzate.