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Il simposio
Cuore, reni e metabolismo: una sindrome che colpisce 11 milioni di italiani. Che spesso non lo sanno
Redazione
Corpo

Oltre undici milioni di italiani convivono con una condizione che spesso non sanno di avere. Si chiama sindrome cardio-nefro-metabolica (CKM) e non ha un bersaglio solo: colpisce contemporaneamente cuore, reni e metabolismo, intrecciando obesità, diabete di tipo 2, malattia renale cronica e malattie cardiovascolari in un circolo vizioso difficile da spezzare. Per decenni la medicina ha trattato queste patologie come problemi separati. Ora qualcosa cambia.

Il 9 giugno 2026, per la prima volta, quattro grandi Società scientifiche americane (l'American Heart Association, l'American College of Cardiology, l'American Diabetes Association e l'American Society of Nephrology) hanno firmato insieme le prime linee guida per la prevenzione, la diagnosi e la gestione della sindrome CKM, pubblicate simultaneamente sulle riviste Circulation e Journal of the American College of Cardiology.

A pochi giorni dalla pubblicazione, le novità arrivano in Europa: il 16 e 17 giugno 2026 si svolge a Stoccolma l'International Symposium on Cardiometabolic Risk and Vascular Disease – From Mechanisms to Treatment, co-organizzato da Fondazione Menarini e Karolinska University Hospital.

Degli 11,6 milioni di pazienti italiani con sindrome CKM, 4,7 milioni presentano in media 2,5 fattori di rischio contemporaneamente: il 79,6% è iperteso, il 67% ha il diabete di tipo 2, il 44,4% soffre di ipercolesterolemia, il 40% di insufficienza renale. La maggior parte non è a target terapeutico: il 72% non ha la pressione sotto controllo, il 47% non raggiunge i valori glicemici raccomandati, il 45% non è a target per il colesterolo.

«Il peso globale della malattia - ricorda Francesco Cosentino, direttore della Medicina cardiovascolare del Karolinska Institutet, presidente del Congresso - è confermato dall'ultimo rapporto del Global Burden of Disease del Lancet: le malattie non trasmissibili costituiscono quasi i due terzi della mortalità e della disabilità globali. La mortalità cardiovascolare è determinata per almeno un terzo da fattori di rischio metabolici, e il burden metabolico continua ad aumentare con l'invecchiamento della popolazione».

Le nuove linee guida introducono un sistema di stadiazione in quattro livelli (dallo stadio 0, senza fattori di rischio, allo stadio 4, con malattia cardiovascolare conclamata) per identificare il rischio prima che il danno d'organo diventi irreversibile. «La sindrome CKM sta diventando la causa predominante di rischio cardiovascolare - osserva Stefano Del Prato, presidente di Fondazione Menarini - ma molte delle sue componenti non vengono messe a fuoco tempestivamente. Questi pazienti non possono essere rimbalzati dal cardiologo all'endocrinologo al nefrologo: il futuro è superare i confini delle varie specialità».

Due categorie di farmaci hanno ridisegnato il panorama terapeutico. Le gliflozine, nate come ipoglicemizzanti, vengono oggi somministrate anche a pazienti non diabetici per i benefici cardiovascolari documentati. Gli agonisti del recettore del peptide-1 simile al glucagone (GLP-1) e i dual agonist GLP-1/GIP, introdotti come farmaci anti-obesità, hanno dimostrato potenti azioni anti-aterosclerotiche, con benefici sulla mortalità nei pazienti con coronaropatie.

Accanto alla farmacologia, il simposio riporta al centro lo stile di vita: migliorare dieta e attività fisica non si limita a prevenire il diabete, ma produce protezione cardiovascolare duratura attraverso la remissione dell'iperglicemia intermedia.

Il simposio guarda anche oltre. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine ha documentato microplastiche all'interno delle placche di aterosclerosi carotidea: i pazienti che le presentavano mostravano un rischio di mortalità per ictus e infarto significativamente superiore.

Sul versante digitale, l'intelligenza artificiale (IA) applicata ai grandi registri sanitari svedesi apre prospettive inedite: «In futuro – prevede Cosentino - potrebbe non essere più necessario ricorrere ai trial clinici tradizionali. Fondamentale è registrare il dato, non solo produrlo».

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