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Non si spegne l'epidemia di ebola in Africa centrale. I contagi confermati nella Repubblica Democratica del Congo sono saliti a 344 con 60 decessi, mentre in Uganda si registrano 15 casi e una vittima. Lo ha reso noto, di rientro da una missione nei territori colpiti, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus. Il capo dell'agenzia sanitaria delle Nazioni Unite ha voluto restituire una fotografia complessa, in cui la preoccupazione si mescola alla determinazione dei sanitari sul campo.
«Sono tornato da una visita alla Repubblica Democratica del Congo, incluso all'epicentro dell’epidemia», ha dichiarato Tedros in conferenza stampa. «Sono molto incoraggiato dal livello di impegno che ho visto ovunque sia andato. Quello che ho visto mi ha dato speranza. Sebbene rimangano molte sfide».
L'ostacolo dei viaggi e il nodo della fiducia
Tra le sfide più complesse non ci sono solo i limiti logistici, ma anche le decisioni politiche internazionali e la diffidenza delle popolazioni locali. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha espresso forte contrarietà verso i blocchi alla circolazione imposti da alcuni governi, considerati controproducenti rispetto allo sforzo umanitario.
Secondo il direttore generale, infatti, le «restrizioni generalizzate ai viaggi imposte da alcuni paesi» stanno finendo per peggiorare le cose, poiché «stanno interrompendo le catene di approvvigionamento e ostacolando la risposta». Da qui l'appello esplicito agli Stati affinché le revochino, ricordando che la strategia corretta non è l'isolamento, ma il controllo mirato: «l’Oms raccomanda lo screening in uscita negli aeroporti, nei porti e ai valichi di frontiera per prevenire l’esportazione di casi e contatti».
Sul terreno, intanto, i medici devono fare i conti con la paura e la disinformazione. Attualmente si riesce a monitorare solo il 45% dei contatti dei malati, una quota drammaticamente bassa dovuta all'insicurezza di alcune aree, all'alto numero di sfollati e allo scetticismo delle comunità. «Alcuni leader locali mi hanno detto che credono che ebola non sia reale», ha spiegato con amarezza il direttore generale. «Costruire la fiducia con le comunità è perciò fondamentale per mettere sotto controllo l’epidemia».
Nonostante tutto, la leadership sanitaria si dice certa che l'emergenza attuale verrà superata, forte della resilienza storica del Paese ospitante. Ma lo sguardo deve andare oltre l'orizzonte presente.
«La misura finale del nostro successo non è se fermeremo questa epidemia: lo faremo», ha scandito Tedros Adhanom Ghebreyesus. «Il governo della Repubblica Democratica del Congo ha una vasta esperienza con l'ebola e ha già fermato 16 epidemie precedenti. È solo una questione di quanto rapidamente possiamo farlo. La vera misura del successo è ciò che facciamo per prevenire la diciottesima epidemia e la diciannovesima. Se le persone di Ituri sopravvivono all'ebola solo per morire di malaria, malnutrizione o polmonite o malattia diarroica o HIV o diabete, non le abbiamo davvero aiutate».
Un farmaco preventivo entro tre settimane
Se la gestione logistica e sociale resta in salita, la ricerca scientifica sta invece facendo registrare passi in avanti straordinariamente rapidi. La novità più inattesa riguarda la profilassi post-esposizione, cioè la protezione di chi è stato esposto al contagio.
Potrebbero bastare appena due o tre settimane per vedere l'avvio della sperimentazione clinica di un nuovo antivirale orale chiamato obeldesivir. A spiegarlo è stato Vasee Moorthy, scienziato del Chief Scientist's Office dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. «Quando consideriamo la prevenzione non stiamo aspettando i vaccini, dato che abbiamo un nuovo sviluppo: un antivirale orale, l’obeldesivir», ha chiarito Moorthy. I diversi partner globali «stanno collaborando per redigere il protocollo per una sperimentazione clinica che valuti l'efficacia di obeldesivir come possibile opzione nel caso di profilassi post-esposizione». Una strategia che cambierebbe radicalmente il lavoro dei tracciatori sul campo: «in caso di positività al tracciamento, in questa sperimentazione clinica saremo in grado di offrire un'opzione potenzialmente benefica ai contatti. Il protocollo è in fase di sviluppo avanzato e ci vorranno almeno due o tre settimane prima di poterlo iniziare».
Ottime notizie giungono anche sul versante delle cure per chi è già malato. La strategia terapeutica si concentrerà su due strumenti: l'anticorpo monoclonale pan-ebola MBP134, definito molto promettente, e il remdesivir, l'antivirale già ampiamente noto a livello globale. In questo caso l'iter burocratico è persino più avanti: «il protocollo è stato redatto prima di questa epidemia. Sappiamo che il protocollo è stato approvato dalle autorità della Repubblica Democratica del Congo e sta seguendo l'iter previsto». Tutto questo, ha concluso lo scienziato, è il risultato tangibile dei piani di preparazione sviluppati negli ultimi anni.
Tempi più lunghi per i vaccini
Se le terapie e la prevenzione farmacologica corrono, per i vaccini specifici servirà invece maggiore pazienza. Non si tratta di una battuta d'arresto, bensì della necessità di rispettare rigorosi protocolli di sicurezza prima della somministrazione su larga scala.
Le aziende farmaceutiche stanno intensificando gli sforzi, come confermato da Anaïs Legand, specialista del gruppo High-Threat Pathogens dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: «le aziende stanno aumentando la produzione dei prodotti sperimentali. Questi dovranno comunque essere sottoposti a test per accertarsi che siano sicuri e non arrechino danno ai pazienti». La prudenza, in questi casi, è d'obbligo: «ciò richiederà la raccolta di dati, poiché qualsiasi sperimentazione clinica deve rispettare i più elevati standard etici».
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