L'epidemia
Ebola. L'Oms accelera su farmaci e vaccini, ma è rebus sui tempi
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    Preparing to enter Ebola treatment unit
    Didascalia
    Immagine: CDC Global, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
Molti i prodotti promettenti, ma solo pochi sono pronti a essere testati subito. Se alcuni farmaci sono già approvati, specie per i vaccini il discorso è più complesso e potrebbero servire almeno di 2-3 mesi solo per avere i prodotti. Intanto l’Oms avverte: utilizzo solo in sperimentazioni cliniche

Ci vorrà probabilmente più tempo di quanto si sperasse per rispondere con farmaci e vaccini alla nuova epidemia di ebola da ceppo Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo. Specie i nuovi vaccini, indirizzati specificamente contro questo virus, non potranno essere pronti, a essere ottimisti, prima di 2-3 mesi, mentre potrebbe andare meglio con i farmaci. È quanto si legge tra le righe dell’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulle strategie da mettere in campo contro l’epidemia di ebola.

Di fronte a un’epidemia di ebola senza precedenti, l’Oms è corsa ai ripari. Se le squadre sul campo stanno cercando di fornire supporto alle autorità locali per ostruire un cordone di sicurezza per frenare l’epidemia, a Ginevra nei giorni scorsi si sono riuniti i comitati tecnici per identificare, sulla base dei dati di ricerca disponibili, i candidati più promettenti tra quelli su cui stanno lavorando aziende e enti no-profit per testarli subito sul campo, nell'ambito di sperimentazioni cliniche. “Attualmente non esistono terapie o vaccini autorizzati specificamente per la prevenzione e il trattamento della ebola da virus Bundibugyo. Ciononostante, i gruppi consultivi dell'Oms hanno preso in considerazione diversi prodotti candidati sufficientemente promettenti da giustificarne la valutazione prioritaria in studi clinici”, spiega l’Oms. 

Servono farmaci per cercare di curare i malati, innanzitutto. E poi strategie per impedire - o per ridurre le probabilità - che chi è stato esposto a un contatto a rischio sviluppi l’infezione. E poi vaccini, per immunizzare la popolazione e proteggerla dal virus. Se le prime due opzioni sono apparentemente le più urgenti di fronte a un’epidemia che ha già superato i 1000 casi sospetti e causato circa 250 morti, è con la terza che si crea una barriera a lungo termine per il virus. 

Su questo fronte la situazione non è semplice. Gli esperti Oms hanno posto l’attenzione su due vaccini sperimentali: uno è figlio del vaccino Covid-19 sviluppato dalla University of Oxford, che in questo caso sta lavorando insieme al Serum Institute of India, che durante la pandemia ha sviluppato una forte capacità produttiva. La tecnologia che ne è alla base è stata già usata per sviluppare altri vaccini, come quelli contro il virus Marburg, che hanno mostrato ottimi risultati in modelli animali, ma non esistono ancora dati per il virus Bundibugyo. Nei giorni scorsi l’università britannica ha fatto sapere che sta lavorando “per accelerare la produzione di dati preclinici di supporto per lo sviluppo clinico e il test del vaccino”. L’altro vaccino su cui si sono posati gli occhio dell’Oms è sviluppato da Iavi, organizzazione di ricerca biomedica senza scopo di lucro che sviluppa vaccini e anticorpi per l’Hiv. I test condotti in primati non umani (scimmie) hanno mostrato dati di efficacia molto alti sebbene il numero di esemplari coinvolti sia molto basso (3). Per l’Oms è questo “il più promettente”, tuttavia ci vuole tempo per produrre vaccini in maniera conforme alle norme che servono a tutelare i pazienti: in questo caso si parla di 7-9 mesi. Una finestra troppo ampia: per questo “potrebbe non essere un'opzione da valutare nell'attuale epidemia”. Dovrebbe essere più veloce (2-3 mesi) la realizzazione del vaccino Oxford-Serum Institute. In questo caso, però, gli studi non sono ancora completi: “sono ancora necessari ulteriori dati sugli animali”, precisa l’Oms. 

Ecco allora che torna all’attenzione il vaccino già in uso contro  il virus ebola Zaire (Ervebo) sviluppato da Merck (Msd in Italia) che fina da subito gli esperti avevano indicato come possibile opzione per combattere l’epidemia di virus Bundibugyo. Alcuni studi su modelli animali hanno mostrato una certa efficacia del vaccino, mentre hanno dato esito incerto i test condotti su campioni di siero umano. I dati potrebbe però essere sufficienti per verificare se sia effettivamente in grado di proteggere dal nuovo virus. Dalla sua ha il fatto di essere già stato approvato e quindi di poter garantire la sicurezza dei pazienti. Se ne ipotizza, inoltre, la possibilità di uso combinato con un vaccino contro il ceppo Sudan del virus ebola prodotto dalla stessa Iavi. Inoltre, non è escluso che possa fornire un aiuto per ridurre il rischio di sviluppare la malattia in chi è stato esposto al virus (profilassi post-esposizione).

Sembra più definita la situazione sul fronte dei trattamenti, anche se le opzioni analizzate dall’Oms si trovano “a differenti stadi di sviluppo”. Qui l’attenzione è caduta innanzitutto su remdesevir, l’antivirale di Gilead approvato durante la pandemia per trattare Covid-19 e che ha mostrato grande efficacia contro gli altri ceppi di ebola. Se ne raccomanda la sperimentazione da solo o in combinazione con altri farmaci. Fiducia anche in un cocktail di anticorpi monoclonali sviluppati a partire dai campioni di un paziente che aveva contratto ebola e sviluppato dalla biotech americana MappBio (MBP-134): non è stato ancora approvato, ma ha dato prova di efficacia in test sugli animali. Per ultimo un anticorpo monoclonale (maftivimab), già approvato come componente di un farmaco combinato contro il ceppo Zaire di ebola: Inmazeb di Regeneron. L’azienda ha fatto sapere che “sta lavorando il più rapidamente possibile per preparare le scorte esistenti di maftivimab per l'utilizzo in potenziali studi clinici futuri”. Inoltre, “scorte di Inmazeb sono già presenti nella Repubblica Democratica del Congo, qualora l'Oms desiderasse utilizzarle per il trattamento immediato o come componente aggiuntiva dello studio”.

Alcune di queste opzione, infine, insieme all’antivirale obeldesivir (anche questo di Gilead), potrebbero essere utili anche come profilassi post-esposizione. 

In ogni caso, l’Oms raccomanda che l’uso di questi prodotti avvenga “esclusivamente all’interno di sperimentazioni cliniche al fine di produrre dati robusti e assicurare una ricerca sicura, etica ed efficace”. 

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