Gli italiani, un popolo di “sportivi da salotto”

Il Rapporto

Gli italiani, un popolo di “sportivi da salotto”

di redazione

Gli italiani che nel 2022 hanno dichiarato di non svolgere né sport né attività fisica nel tempo libero sono più di un terzo della popolazione. 

È il primo dato che balza agli occhi del Rapporto “Gli italiani e lo sport”, realizzato dall’Osservatorio permanente sullo sport, spin-off di Fondazione SportCity, in collaborazione con Istat, IBDO Foundation e Istituto Piepoli, presentato lunedì 5 febbraio a Roma.

Una fotografia impietosa che riguarda maggiormente il Sud e le isole. Il forte gradiente Nord–Sud con i tassi più bassi registrati nelle Province autonome di Trento (16,2 per cento) e Bolzano (16,9 per cento) e i più alti in Calabria (59,3 per cento) e Sicilia (59,3 per cento), mostra un’Italia spaccata in diverse realtà geografiche. Analogamente, in altre regioni meridionali più della metà della popolazione non pratica sport né attività fisica: Campania (55,1 per cento), Puglia (54,8 per cento) e Basilicata (53,7 per cento). Inoltre in Sicilia, Calabria e Puglia la graduale diminuzione della sedentarietà osservata nell’arco di venti anni è stata annullata dall’incremento osservato nel 2022. I dati Istat confermano le note disuguaglianze sociali, con differenze marcate rispetto al titolo di studio a tutte le età e in particolare tra le persone adulte di 25-44 anni: nel 2022 la quota di persone con basso titolo di studio che non pratica sport o attività fisica è oltre il doppio rispetto a quella di chi ha un titolo di studio più elevato (49,7 per cento vs 17,9 per cento). Inoltre, nell’arco di venti anni (2001- 2021) la sedentarietà è diminuita in misura maggiore tra le persone con titolo di studio alto accentuando le diseguaglianze sociali.

Come ricorda Roberta Crialesi, dirigente il Servizio Sistema integrato salute, assistenza e previdenza dell'Istat, nel 2022, gli italiani che praticano sport nel tempo libero, in modo continuativo o saltuario, sono stati 19,9 milioni, oltre un terzo della popolazione di tre anni e più. Lo sport in modo continuativo è stato praticato dal 26,3 percento della popolazione per un totale di 15 milioni, mentre un altro 8,3 per cento ha svolto una pratica sportiva in modo saltuario. «Nonostante le nuove generazioni mostrino livelli di pratica sempre superiori rispetto alle generazioni precedenti – sottolinea Crialesi - quasi due terzi della popolazione continua a non praticare nessuno sport» E «persistono gap su diversi livelli»: il genere (nel 2022 il 40,2 per cento degli uomini pratica sport in modo continuativo o saltuario contro il 29,2 per cento delle donne), il territorio (tra Nord-Est e Sud ci sono oltre 15 punti percentuali di differenza nella pratica sportiva),  l’istruzione (negli ultimi venti anni la pratica sportiva è aumentata soprattutto per uomini e donne con titolo di studio più alto, con seguente accrescimento del gap socio-culturale e il divario si attesta sui 35 punti percentuali), e ancora disuguaglianze che riguardano il reddito e la famiglia.

Quelli presentati «sono dati che devono far riflettere su come viene erogata la cultura sportiva e del movimento nel nostro Paese» avverte Federico Serra, presidente dell’Osservatorio permanente dello sport della Fondazione SportCity. «Sono molte le differenze che emergono: tra nord e sud, tra le singole regioni – prosegue - ma anche tra giovani e anziani, donne e uomini e altro. Il dato più significativo, e preoccupante, è quello della scarsa propensione di giovani a fare sport. I dati Istat confermano le ben note disuguaglianze sociali, con differenze marcate rispetto al titolo di studio a tutte le età e in particolare tra le persone adulte di 25-44 anni. Nel 2022 la quota di persone con basso titolo di studio che non pratica sport o attività fisica è oltre il doppio rispetto a quella di chi ha un titolo di studio più elevato (49,7 per cento vs 17,9 per cento).  La recente legge che inserisce lo sport nell’articolo 33 della nostra Costituzione, apre una speranza che avvengano interventi omogenei e organici su tutto il territorio nazionale – conclude Serra - eliminando un gap territoriale inaccettabile dal punto di vista etico e sociale».