Il sondaggio
Tumori: il 63% dei clinici è favorevole all’eutanasia
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    Immagine: truthseeker08, CC0, via Wikimedia Commons
Redazione
Per il 90% dei medici serve una legge nazionale sul fine vita. A Lecce le Giornate dell’etica organizzate dall'Associazione di oncologia medica (Aiom) e Fondazione Aiom. Presentati i risultati di un sondaggio che ha coinvolto altre Società scientifiche

Il 63% dei medici coinvolti nei trattamenti oncologici è favorevole all’eutanasia nei pazienti con tumore, il 50% dei quali in determinate circostanze, il 13% sempre. Il 60% effettua trattamenti anticancro nell’ultimo mese di vita, ma un terzo (il 32%) dichiara di non sentirsi abbastanza preparato ad assistere il malato oncologico in questa ultima fase del percorso di cura. Il 90% ritiene sia necessaria una legge nazionale sul tema.

Sono i principali risultati del sondaggio su 562 clinici promosso dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e dalla Fondazione Aiom, presentati nel convegno sulle Giornate dell’etica dedicato al “Fine vita: la cura oltre la malattia”, che si è svolto nei giorni scorsi a Lecce. L’indagine ha coinvolto anche altre Società scientifiche con interesse a questi temi.

Dal sondaggio, sottolinea Francesco Perrone, presidente Aiom, «emerge con forza la necessità che il legislatore definisca quanto prima una norma sul tema, anche chiarendo il ruolo dell’idratazione e nutrizione artificiale, che per il 50% dei clinici costituiscono trattamenti medici e per l’altra metà terapie di supporto. Siamo di fronte a “zone grigie” che contribuiscono ad alimentare incertezze».

L’attuale testo unificato del disegno di legge in materia di morte medicalmente assistita presenta diverse criticità. Per esempio, «esclude il Servizio sanitario nazionale dalla fase attuativa della procedura – osserva Perrone - e non viene indicato il soggetto chiamato ad assistere la persona, prescrivere o fornire i farmaci, o supervisionare la sequenza degli eventi, esponendo a una potenziale selezione per censo dei pazienti e a disparità inaccettabili. Le spese per queste pratiche non devono essere a carico dei cittadini. Solo il Servizio sanitario nazionale – sostiene il presidente Aiom - può garantire tutte le competenze e i percorsi integrati, incluse le cure palliative simultanee».

Le richieste di aiuto medico nel morire da parte dei pazienti oncologici «sono poche rispetto all’alta incidenza dei tumori in Italia» ricorda Saverio Cinieri, presidente di Fondazione Aiom. Per Cinieri è importante rilevare che il 50% dei medici sia favorevole all'eutanasia «solo in presenza di determinate circostanze, in particolare in caso di sofferenza inaccettabile, scelta consapevole o aspettativa di vita breve. Si tratta di condizioni in linea con i criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale, cioè grave sofferenza fisica o psicologica, capacità di prendere decisioni libere e consapevoli, patologia irreversibile e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Solo i clinici, che hanno un rapporto di cura continuativo con il paziente, sono in grado di esprimere una valutazione al riguardo in tempi brevi». Le proposte di modifica al testo in esame in Parlamento prevedono però un meccanismo la verifica dei requisiti che può prolungare la procedura fino a cinque mesi. In questo modo, avverte il presidente della Fondazione, c'è «il rischio concreto di tempi di attesa molto lunghi, incompatibili con le condizioni di chi soffre».

In presenza di disposizioni anticipate di trattamento, il 72% dei medici intervistati ritiene di dover sempre assecondare la volontà del malato. L’85% informa il malato oncologico in fase avanzata della prognosi della malattia (il 28% sempre, il 43% abbastanza spesso e il 14% occasionalmente).

«Soltanto il 29% dei clinici afferma che la sedazione palliativa, dove indicata, viene sempre effettuata» interviene Vittorina Zagonel, già direttore dell’Oncologia 1 dell’Istituto oncologico veneto di Padova. «È necessario rendere disponibili per tutti i malati oncologici le cure palliative contemporaneamente alle cure contro il cancro – prosegue - compresa la sedazione palliativa nell’ultima parte del percorso. Anche se non possono essere imposte come obbligatorie, sono un diritto di tutti i cittadini ed è auspicabile che costituiscano “un pre-requisito della scelta di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente”, come stabilito dalla Corte Costituzionale. Le cure palliative evitano l’accanimento terapeutico e garantiscono un’assistenza personalizzata al malato e alla sua famiglia fino a fine vita».

Per Massimo Di Maio, presidente eletto Aiom, «l'obiettivo ideale sarebbe quello di implementare i gruppi di cure simultanee, ancora assenti in circa il 20% dei centri. Un’integrazione precoce di interventi di supporto, in un’ottica di cure simultanee, ha un impatto positivo sulla qualità e quantità di vita del paziente oncologico e sui risultati attesi dalle terapie». Uno studio pubblicato nel 2010 sul “New England Journal of Medicine”, ricorda Di Maio, «ha dimostrato che, in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule metastatico, le cure palliative precoci possono migliorare non solo la qualità della vita ma anche la sopravvivenza, proponendo, di fatto, un nuovo modello di integrazione fra cure palliative e cure attive». Nononostante ciò, la mancanza di palliativisti «ha reso finora complessa» l’attuazione di questo modello nella pratica clinica e realisticamente le carenze di personale «probabilmente non saranno risolvibili almeno nel breve-medio termine, considerata la crescente carenza di specialisti in cure palliative rispetto al fabbisogno. In questo scenario – conclude Di Maio - Aiom ritiene fondamentale l’incremento delle competenze degli oncologi per assicurare l’erogazione di cure palliative “primarie” e un’attività formativa che punti a far acquisire cognizioni “di base” di cure palliative». 

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