Nessuno le aveva detto cosa le sarebbe aspettato, le difficoltà che avrebbe incontrato. Fresca di specializzazione, il primo giorno di lavoro, la giovane neo-dottoressa si mette in fila insieme ai colleghi per assicurarsi una scorta di camici bianchi della taglia sbagliata, un kit per il test cutaneo della tubercolina e un rapido e poco rassicurante ripasso delle tecniche di rianimazione cardio-polmonare. Oggi, a trent’anni di distanza, Suzanne Koven è un’affermata dottoressa dell’Harvard Medical School del General Hospita di Boston con un solo grande rimpianto: aver passato troppo tempo a non considerarsi all’altezza del suo ruolo. È una sensazione ben nota a tante donne che intraprendono la sua stessa carriera, ancora piena di ostacoli per il sesso femminile. Ma tutto ciò è profondamente sbagliato. E Suzanne Koven muore dalla voglia di dirlo alle sue giovani colleghe, così come avrebbe voluto che qualcun altro lo avesse detto a lei.
Quindi si siede davanti al computer e scrive una toccante lettera indirizzata a se stessa, retrodatata a trent’anni fa. Il New England Journal of Medicine la pubblica trasformandola in un accorato appello alle giovani donne medico che, in sintesi, suona così: quel che vi aspetta non è una passeggiata, ma siate sicure di voi stesse e liberatevi dalla sindrome dell’impostore, non state rubando il posto a nessun uomo più bravo di voi. Ecco la versione di Suzanne:
«Cara giovane dottoressa, so che sei emozionata, ma anche preoccupata. È legittimo. Le ore che dedicherai al lavoro, la quantità di conoscenze che dovrai gestire, le responsabilità di cui dovrai farti carico, tra cui la vita e la salute dei pazienti, fanno paura. Mi preoccuperei se tu non avessi almeno un minimo di preoccupazione. Come donna devi affrontare una serie di difficoltà in più, ma forse questo già lo sai».
Già ci sarà stato infatti, dice Suzanne Koven, qualche professore di urologia all’università che avrà commentato con stupore la presenza di alcune studentesse al suo corso, dal momento che, a suo parere “nessun uomo che si rispetti”, si farebbe mai visitare da una donna.
La ragazza iscritta ai primi anni di medicina deve sapere però che non sarà né il primo né l’ultimo degli atteggiamenti sessisti che incontrerà strada facendo. Alcuni di questi, come le molestie sessuali, la faranno infuriare e inorridire, altri solamente infastidire. Koven lo ha provato sulla sua pelle: dopo decenni di professione c’è ancora chi la scambia per una segretaria.
«Ci saranno discriminazioni ancora più serie e dannose. Mi dispiace dirti che nel 2017, ora che sono vicina alla fine della mia carriera, le donne medico guadagnano in media 20 mila dollari meno della nostra controparte maschile (anche mettendo in conto altri fattori come il numero delle pubblicazioni e le ore di lavoro); sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di potere persino nelle specializzazioni di ostetricia e ginecologia dove siamo la maggioranza».
Ma l’ostacolo più grande che le donne devono affrontare si trova nelle loro teste, almeno così è stato per Suzanne: «Sono stata perseguitata per tutta la mia carriera dal timore di essere un impostore».
Sarà capitato anche agli uomini di essersi sentiti insicuri, ammette Koven, dopo aver sbagliato una sutura chirurgica o ignorato un soffio al cuore, ma noi donne, prosegue la dottoressa, siamo delle campionesse: «Non solo tendiamo a insistere sulle nostre inadeguatezze, ma spesso arriviamo addirittura a denigrare i nostri punti di forza».
Eppure le donne sono i medici migliori. Così almeno sostiene uno studio recente: il tasso di mortalità tra i pazienti presi in cura dalle dottoresse è inferiore rispetto a quelli assistiti dagli uomini.
«Ho perso così tanto tempo ed energie nella mia carriera cercando conferme del fatto che non fossi un impostore … Al mio secondo anno di valutazione delle competenze cliniche un oncologo mi chiese di identificare un’eruzione cutanea. “Micosi fungoide”! Sbottai, dato che era una delle poche eruzioni di cui conoscevo il nome e l'unica associata al cancro. La mia risposta si rivelò corretta, ma il bagliore del successo durò a mala pena fino alla fine della giornata».
La strategia di Suzanne Koven per rafforzare la propria autostima suonerà famigliare a molte giovani dottoresse: mettersi alla prova in ogni campo, provare a fare di tutto in gran quantità, dalle punture lombari alle gastroscopie. Non sempre funziona. L’insicurezza rimane dietro l’angolo e basta poco per farla spuntare nuovamente.
«Quando il dipartimento di emergenza mi chiamò per avvisarmi che uno dei miei pazienti era tornato inaspettatamente, ho pensato di aver commesso qualche errore all’origine della crisi. Ora, a carriera avanzata, ho capito che non sono stata mai né tanto debole né tanto potente. A volte anche dopo aver studiato al massimo e tentato di fare il meglio, le persone si ammalano e muoiono comunque. Come vorrei averti potuto risparmiare anni di auto-flagellazione e trascinarti direttamente a questo livello di umiltà. Ora capisco che avrei dovuto sprecare meno tempo a preoccuparmi di essere un impostore e dedicare più tempo ad apprezzare ciò che i miei pazienti apprezzano di me: il mio notevole inventario di barzellette, la mia capacità di capire quando intervenire e quando stare zitta, i miei abbracci».
Ed ecco l’incoraggiamento che Suzanne Koven avrebbe voluto avere e che, indirizzandolo alla versione giovane di stessa, rivolge a tutte le donne che hanno appena indossato il camice bianco:
«Mia giovane collega, non sei un impostore. Sei un essere umano imperfetto e unico, con un eccellente preparazione e un ammirevole motivazione. La tua formazione e la tua forte volontà ti saranno utili. La tua umanità sarà ancora più utile ai pazienti».
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