Subito i Lea nelle carceri: a chiedere che i Livelli essenziali di assistenza vengano concretamente applicati anche negli istituti di detenzione è la Simspe, Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, in occasione del proprio congresso a Roma, il 5 e 6 ottobre con il patrocinio della Simit, la Società italiana di malattie infettive e tropicali.
A onor del vero, i Lea sono entrati nelle carceri nel 2017 ed è stato «un punto di svolta perché fino a oggi la sanità penitenziaria è stata attendista – ammette Sergio Babudieri, direttore delle Malattie infettive dell’Università di Sassari e direttore scientifico di Simpse - mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute». Insomma, per il momento si tratta di un atto formale più che pratico: «Nonostante l’importanza del provvedimento - sottolinea Babudieri - occorre trovare le giuste modalità, sia a livello centrale che regionale, affinché l’organizzazione venga modificata e lo screening nelle carceri venga attivato il prima possibile».
Nel corso del 2016 sono transitate all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti (oggi il 34% sono stranieri). I dati più preoccupanti sono quelli delle malattie infettive. Si stima che gli Hiv positivi siano circa 5 mila, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell'epatite B; tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25 mila e i 35 mila detenuti all'anno. Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi Lea: dall'1 giugno, infatti, l’Agenzia italiana del farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi che riescono a eradicare il virus e quindi oltre 30 mila persone che annualmente passano negli istituti penitenziari italiani potrebbero usufruire di queste cure per guarire dall’Hcv e per non contagiare altri nel momento in cui tornano in libertà.
«È una sfida impegnativa - ammette Babudieri - si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti. La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura».
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