Gli andrologi: la protesi del pene non è un un vezzo, ma un diritto. Va inserita nei Lea

La denuncia

Gli andrologi: la protesi del pene non è un un vezzo, ma un diritto. Va inserita nei Lea

di redazione

Ogni anno in Italia circa 20 mila uomini vengono sottoposti a un intervento di rimozione radicale della prostata a causa di un tumore e di questi almeno la metà va incontro a disfunzione erettile con indicazione all’impianto di protesi peniena per risolverla. A fronte però di 3 mila richieste l’anno, le protesi erogate sono circa 400: appena un paziente su dieci, perciò, accede all’impianto tramite servizio pubblico o privato accreditato. La maggior parte dei candidati, infatti, non ha accesso alle cure perché escluse dal nuovo decreto tariffe e le Regioni non sono tenute ad erogarle.

«Le protesi peniene non sono un vezzo o un lusso, ma un diritto per continuare una normale e degna vita di coppia quando le terapie mediche falliscono» dice Alessandro Palmieri, presidente della Società italiana di andrologia e professore di Urologia all’Università Federico II di Napoli, in occasione del Congresso nazionale della Sia a Roma dal 22 al 25 giugno. «L’efficacia terapeutica di questi device e il carattere “non estetico” dell’intervento, sono infatti ampiamente riconosciuti dalle più recenti linee guida europee» prosegue l'esperto, ma «contrariamente a quanto ormai consolidato per le donne, per cui da tempo è prevista la rimborsabilità delle protesi mammarie a seguito di una mastectomia, gli uomini non ricevono invece lo stesso trattamento dopo una chirurgia pelvica radicale».

La Società italiana di andrologia rinnova pertanto l’appello al ministero e alle Regioni affinché sia modificato il decreto tariffe recentemente approvato e l’intervento di protesi peniena venga inserito quanto prima nei Lea, «per garantire a tutti i pazienti, oncologici e non, candidati all’impianto, un accesso equo e omogeneo alle cure, destinate a incidere su aspetti critici legati alla salute psicofisica di migliaia di uomini di ogni età» conclude Palmieri.

La prima protesi peniena idraulica impiantata veniva descritta nel 1973 sulla rivista Urology da Scott, Bradley e Timm. L’intervento, eseguito con successo senza problemi di rigetto né di infezioni dagli autori presso la Divisione di Urologia del Baylor College of Medicine Texas Medical Center di Houston, venne realizzato con due pompe anziché una, collocate nella zona scrotale e l’inserimento submuscolare nell’addome di un serbatoio piatto, che diventerà cilindrico successivamente. Da allora la ricerca in campo chirurgico e nella produzione di device ha fatto passi da gigante e oggi punta a realizzare protesi touchless, capaci di funzionare senza “pompetta”, di utilizzo più agevole e minori rischi di rotture delle componenti idrauliche.

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