L’autonomia differenziata porterà al collasso la sanità delle Regioni del Sud

L'allarme Gimbe

L’autonomia differenziata porterà al collasso la sanità delle Regioni del Sud

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Immagine: John Asselin, U.S. Air Force, Public domain, via Wikimedia Commons
di redazione
Rischiano però anche le Regioni del Nord. Secondo la Fondazione Gimbe si troveranno ad affrontare una maggiore “immigrazione sanitaria” dal Mezzogiorno senza avere risorse adeguate per affrontarla

«Non è ammissibile che venga violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla tutela della salute, legittimando normativamente il divario tra Nord e Sud». 

È chiaro quanto severo il giudizio espresso in questi termini da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, sul progetto di legge di autonomia differenziata già approvato dal Senato e ora all'esame della Camera. Un giudizio che affonda le radici nel report (“L'autonomia differenzaia in sanità”) realizzato dalla stessa Fondazione e presentato giovedì 21 marzo nell'audizione alla Commissione Affari costituzionali di Montecitorio.

Secondo la Fondazione, il disegno di legge proposto dal ministro per gli affari regionali, Roberto Calderoli, infatti,«potrebbe segnare un punto di non ritorno nell’equità dell’assistenza sanitaria tra le Regioni italiane in un contesto caratterizzato dalla grave crisi di sostenibilità del Servizio sanitario nazionale».

Il report spiega perché cominciando dalla “classifica” degli adempimenti relativi ai Livelli essenziali di assistenza (i Lea; cioè le prestazioni che le Regioni dovrebbero garantire, gratuitamente o con pagamento del ticket): nel decennio 2010-2019 nelle prime dieci posizioni non c’è nessuna Regione del Sud mentre le tre Regioni che hanno richiesto maggiori autonomie sono tra le prime cinque della classifica. E con il Nuovo sistema di garanzia (che ha sostituito la griglia Lea di valutazione), nel 2020 delle 11 Regioni adempienti l’unica del Sud è la Puglia, a cui nel 2021 si aggiungono Abruzzo e Basilicata. E sia nel 2020 sia nel 2021 le Regioni del Sud sono ultime tra quelle adempienti.

«Affari loro», si potrebbe dire, che non sono state in grado di assolvere agli adempimenti richiesti. A prescindere da altre considerazioni di carattere etico-solidaristico, però, secondo la Fondazione Gimbe non è proprio così: «L’ulteriore indebolimento dei servizi sanitari nel Mezzogiorno rischia di generare un effetto paradosso nelle ricche Regioni del Nord che, per la grave crisi di sostenibilità del Ssn, non possono aumentare in maniera illimitata la produzione di servizi e prestazioni sanitarie. Di conseguenza un massivo incremento della mobilità verso queste Regioni rischia di peggiorare l’assistenza sanitaria per i propri residenti». Non per nulla «una “spia rossa” si è già accesa in Lombardia – osserva Cartabellotta – che nel 2021 si trova sì al primo posto per mobilità attiva per 732,5 milioni di euro, ma anche al secondo posto per mobilità passiva per -461,4 milioni: in altre parole un numero molto elevato di cittadini lombardi va a curarsi fuori Regione».

Non è tutto in questo paradosso il corposo report della Fondazione, che, come suo costume, abbonda in dati e confronti.

Per esempio nell'aspettativa di vita alla nascita. Come attesta l'Istituto nazionale di statistica (Istat), nel 2022 a fronte di un’aspettativa media nazionale di 82,6 anni, si registrano notevoli differenze regionali: chi nasce nella Provincia autonoma di Trento può attendersi una vita lunga oltre 84 anni (84,2) mente chi nasce in Campania si ferma a 81 anni, un gap di ben 3,2 anni. E in tutte le otto Regioni del Mezzogiorno l’aspettativa di vita è inferiore alla media nazionale, «spia indiretta della bassa qualità dei servizi sanitari regionali».

Insomma, commenta Cartabellotta, i dati confermano che «persistono inaccettabili diseguaglianze tra i 21 sistemi sanitari regionali. Siamo oggi davanti a una “frattura strutturale” Nord-Sud che compromette qualità dei servizi sanitari, equità di accesso, esiti di salute e aspettativa di vita alla nascita, alimentando un imponente flusso di mobilità sanitaria dal Sud al Nord. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità, richieste proprio dalle Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione, non potrà che amplificare le diseguaglianze già esistenti».

Peraltro, la richiesta della Fondazione Gimbe di eliminare la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie «sinora non è stata presa in considerazione dal Governo, né sostenuta con vigore e costanza dalle forze di opposizione». Eppure, sostiene Cartabellotta, ce ne sarebbero ottime ragioni, oltre al già citato “effetto paradosso”.

Per esempio, il Clep, vale a dire il Comitato istituito per determinare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), non ha ritenuto necessario definirli per la materia “tutela della salute” in quanto esistono già i Lea, ai quali tuttavia non corrisponde alcun fabbisogno finanziario. «Una pericolosissima scorciatoia – commenta il presidente della Fondazione Gimbe – rispetto alla necessità di garantire i Lep secondo quanto previsto dalla Carta costituzionale: infatti, senza definire, finanziare e garantire in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile ridurre le diseguaglianze tra Regioni».

Inoltre, le maggiori autonomie richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie, indebolendo ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a statuto speciale. Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale provocherà, secondo la Fondazione, una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo ulteriormente il capitale umano del Mezzogiorno, mentre le maggiori autonomie sul sistema tariffario rischiano di aumentare le diseguaglianze nell’offerta dei servizi e favorire l’avanzata del privato. «Ecco perché suona autolesionistica e grottesca – commenta Cartabellota – la posizione favorevole all’autonomia differenziata dei presidenti delle Regioni meridionali governate dal Centro-destra, dimostrando che gli accordi di coalizione partitica prevalgono sulla tutela della salute delle persone».

C'è poi da considerare che tutte le Regioni del Mezzogiorno, eccetto la Basilicata, si trovano insieme al Lazio in regime di Piano di rientro, con Calabria e Molise addirittura commissariate, status che impongono una “paralisi” nella riorganizzazione dei servizi. «Contrariamente agli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori autonomie per il Meridione – spiega Cartabellotta – nessuna Regione del Sud oggi può avanzare richieste di maggiori autonomie in sanità».

Infine, sottolinea la Fondazione, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. «In tal senso l’impianto normativo del Ddl Calderoli – sostiene il presidente Gimbe – contrasta proprio il fine ultimo del Pnrr, occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, teso ad accompagnare il processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione Europea».

Insomma, secondo Cartabellotta, «al di là di accattivanti slogan e illusori proclami è certo è che l’autonomia differenziata non potrà mai ridurre le diseguaglianze in sanità, perché renderà le Regioni del Centro-Sud sempre più dipendenti dalle ricche Regioni del Nord, le quali a loro volta rischiano paradossalmente di peggiorare la qualità dell’assistenza sanitaria per i propri residenti. Ovvero, l’autonomia differenziata per la materia “tutela della salute” non solo porterà al collasso la sanità del Mezzogiorno, ma darà anche il colpo di grazia al Ssn, causando un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti. Stiamo di fatto rinunciando alla più grande conquista sociale del Paese e a un pilastro della nostra democrazia solo per un machiavellico “scambio di cortesie” nell’arena politica tra i fautori dell’autonomia differenziata e i fiancheggiatori del presidenzialismo. Due riforme che - conclude Cartabellotta - oltre ogni ragionevole dubbio spaccheranno l’unità del Paese Italia».

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