Tra sovraffollamento, aumento dei suicidi e diffusione di fragilità sociali e sanitarie, il sistema carcerario italiano si conferma uno dei punti più critici del Paese. Il carcere non è più soltanto luogo di detenzione, ma uno spazio in cui si concentrano marginalità, dipendenze, disagio psichico e patologie croniche e infettive, rendendo urgente una nuova attenzione alle politiche di prevenzione e cura.
Di questi temi si è discusso a Roma il 21 e 22 aprile nel Convegno della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria sul tema “Tutela della salute ed esecuzione penale” con la partecipazione di Istituzioni, clinici e Associazioni per riflettere sul ruolo della sanità oltre le sbarre e sul potenziale del carcere come spazio di sanità pubblica e reinserimento.
I numeri fotografano una situazione strutturalmente complessa. Nel 2025 i 189 istituti penitenziari italiani hanno accolto oltre 103 mila persone, con livelli medi di sovraffollamento superiori al 150%. Nello stesso anno si sono registrati 254 decessi in carcere, di cui 76 suicidi. Negli ultimi cinque anni i suicidi complessivi sono stati 370, a cui si aggiungono quasi 2 mila tentativi di suicidio e oltre 11.700 episodi di autolesionismo nel solo 2025. Dati che mostrano quanto il sistema sia sotto pressione e quanto il tema della salute mentale rappresenti una priorità.
Il carcere si configura sempre più come lo specchio delle fragilità sociali. Marginalità economica, dipendenze e disagio psichico si concentrano negli istituti penitenziari, rendendo la gestione sanitaria e organizzativa sempre più complessa. Questo scenario si inserisce in una fase di trasformazione sociale seguita alla pandemia, con una ripresa dei fenomeni criminali e una crescente percezione di insicurezza.
In questo contesto, la sanità penitenziaria è chiamata a sostenere un carico che va ben oltre la funzione detentiva. Il Piano nazionale della revenzione 2020–2025 prevede strumenti come screening, diagnosi precoce e promozione della salute, ma la loro applicazione negli istituti resta disomogenea, nonostante la popolazione detenuta sia considerata ad alto rischio. Rafforzare la prevenzione significa non solo migliorare la salute delle persone detenute, ma anche ridurre criticità cliniche e gestionali.
Particolare attenzione riguarda le malattie infettive, ambito in cui il carcere rappresenta uno snodo strategico di sanità pubblica. I risultati raggiunti sono importanti, ma le potenzialità restano ampie e richiedono interventi strutturali e coordinati.
«Sanità penitenziaria non significa solo cura - sostiene Antonio Maria Pagano, presidente Simspe - ma una realtà concreta di salute pubblica. Occorre intervenire su fragilità complesse e prevenire le malattie diffuse, psichiatriche, infettive, cardiovascolari, oncologiche, metaboliche, odontoiatriche, ma anche confrontarsi con una relazione medico-paziente diversa. In ambito penitenziario esiste spesso una asimmetria: il medico ha come obiettivo la tutela della salute, mentre il detenuto può avere anche esigenze legate al proprio percorso giudiziario».
La sfida è trasformare il sistema penitenziario in un luogo capace di garantire cure, prevenzione e percorsi di reinserimento. La sanità penitenziaria emerge così come una leva decisiva per affrontare insieme sicurezza, salute e inclusione sociale.
