L'analisi
Medici di famiglia, allarme carenze: ne mancano oltre 5.700
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    Immagine: Clever Cupcakes from Montreal, Canada, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons
Redazione
Il numero dei medici di famiglia cala, mentre cresce la domanda di assistenza. Con oltre 5.700 carenze e migliaia di pensionamenti in arrivo, aumenta il rischio di restare senza medico, soprattutto nelle grandi Regioni

Mancano oltre 5.700 medici di medicina generale e, in molte aree del Paese, trovare un medico di famiglia è diventato sempre più difficile. È il quadro che emerge dall’analisi della Fondazione Gimbe che restituisce l’immagine di un sistema sotto pressione, stretto tra l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e una programmazione ritenuta insufficiente negli anni passati.

Tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è diminuito di 5.197 unità, passando da 42.009 a 36.812 professionisti. Una riduzione significativa, che si inserisce in un contesto demografico profondamente mutato: nel 2025 gli over 65 sfiorano i 14,6 milioni e oltre la metà convive con due o più malattie croniche.

«La carenza dei medici di medicina generale – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – è un problema ormai diffuso in tutte le Regioni e affonda le radici in una programmazione inadeguata, che per anni non ha garantito il necessario ricambio generazionale rispetto ai pensionamenti attesi. Inoltre, negli ultimi anni questa professione ha perso di attrattività e oggi sempre più cittadini faticano a trovare un medico di famiglia vicino a casa, con disagi crescenti e potenziali rischi per la salute, soprattutto per le persone anziane e per i pazienti più fragili».

Secondo le stime, al 1° gennaio 2025 la carenza complessiva raggiunge le 5.716 unità, distribuite in 18 Regioni e Province autonome. Le situazioni più critiche riguardano le aree più popolose: Lombardia, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio. Non si registrano invece carenze in Basilicata, Molise e Sicilia, anche se non si escludono criticità locali.

A rendere più complesso il quadro è la crescita del carico di lavoro. I dati indicano una media di 1.383 assistiti per medico, ben oltre il rapporto ottimale di uno ogni 1.200 abitanti. In alcune realtà si superano i 1.500 pazienti, con inevitabili ripercussioni sulla qualità e sull’accessibilità dell’assistenza.

«Il quadro reale – precisa Cartabellotta – è verosimilmente ancora più critico di quanto suggeriscano questi numeri. Infatti, con livelli di saturazione così elevati viene limitato il principio della libera scelta e diventa sempre più difficile trovare un medico di medicina generale disponibile vicino a casa. Una difficoltà che non riguarda più solo le aree a bassa densità abitativa, come zone montane e rurali dove i bandi vanno spesso deserti, ma coinvolge anche molte grandi città».

Alla base della crisi vi è anche un sistema di regole che, secondo la Fondazione Gimbe, non tiene conto dell’evoluzione demografica. «I criteri per definire il numero massimo di assistiti per medico di medicina generale – spiega Cartabellotta – non hanno mai tenuto conto dell’evoluzione demografica degli ultimi 40 anni e, ancora oggi, ignorano le proiezioni per i prossimi decenni». Negli ultimi quarant’anni la quota di popolazione over 65 è quasi raddoppiata, mentre quella degli over 80 è più che triplicata. Le proiezioni indicano un ulteriore incremento nei prossimi decenni.

In questo contesto, il massimale fissato a 1.500 assistiti per medico — con possibilità di deroghe fino a 1.800 o anche oltre — appare sempre meno adeguato. «L’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche – commenta Cartabellotta – generano bisogni assistenziali molto più complessi rispetto al passato. Di conseguenza, un massimale di 1.500 assistiti per medico di medicina generale, adeguato al quadro demografico sino agli anni Novanta, oggi riduce il tempo da dedicare ai pazienti, aumenta i carichi di lavoro e genera inevitabili ripercussioni su accessibilità e qualità dell’assistenza».

Un ulteriore elemento critico riguarda la definizione delle cosiddette “zone carenti”. L’Accordo collettivo nazionale sottoscritto a gennaio 2026 ha innalzato il rapporto ottimale da un medico ogni 1.000 abitanti a uno ogni 1.200. «Questa modifica – commenta Cartabellotta – è di fatto un espediente che sottostima la carenza di medici di famiglia sulla carta. Infatti, aumentando il rapporto ottimale cresce il numero di cittadini che devono restare senza medico affinché un territorio venga formalmente riconosciuto come “zona carente” e possa quindi essere attivato un bando».

Lo sguardo al futuro non appare più rassicurante. Tra il 2025 e il 2028 sono previsti 8.180 pensionamenti, a fronte di un numero di nuove leve giudicato insufficiente. Anche ipotizzando che tutte le borse di studio finanziate vengano assegnate e portate a termine, resterebbe un divario di oltre 2.700 medici.

«Peraltro – spiega Cartabellotta – trattandosi dell’ipotesi più ottimistica, è evidente che nel 2028 il divario tra pensionamenti e ingresso delle nuove leve sarà ancora più ampio. Da un lato, infatti, sempre più medici di medicina generale scelgono di ritirarsi prima dei 70 anni, dall’altro il numero di medici che completa il percorso formativo è inferiore alle borse finanziate: non tutte vengono assegnate e almeno il 20% degli iscritti abbandona il percorso formativo».

Negli ultimi anni, per fronteggiare l’emergenza, Governo e Regioni hanno adottato misure temporanee: innalzamento dell’età pensionabile, aumento dei massimali, possibilità per i medici in formazione di prendere in carico fino a 1.000 assistiti. Interventi che, secondo la Fondazione, non affrontano però il nodo strutturale.

«A questa crisi della medicina generale – commenta Cartabellotta – bisognerebbe invece rispondere con una riforma organica, capace di rendere la professione più attrattiva. Peraltro, il dibattito politico negli ultimi anni si è sempre avvitato senza risultati sulla trasformazione del rapporto di lavoro del medico di famiglia: dalla convenzione alla dipendenza. Di conseguenza, oggi il quadro normativo si sta sviluppando attraverso varie direttrici non sempre convergenti e troppo generiche».

Sul tavolo restano diversi interventi: il rafforzamento del ruolo dei medici nelle Case di comunità previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, la revisione del percorso formativo e il riordino complessivo della disciplina della medicina generale. Tuttavia, manca ancora una sintesi condivisa.

«Senza una visione d’insieme – chiosa Cartabellotta – Governo e Regioni continueranno a mettere in campo soluzioni frammentate per tamponare una grave crisi che richiede invece una riforma organica e coraggiosa della medicina generale. E soprattutto il dibattito rischia di polarizzarsi nuovamente sulla contrapposizione tra dipendenza e convenzione, mentre oggi la vera priorità è ripensare il ruolo del medico di famiglia: dalla formazione all’organizzazione del lavoro, fino all’integrazione con l’intera rete dei servizi territoriali e ospedalieri».

Il rischio, nel frattempo, è già evidente nella vita quotidiana. «Oggi – conclude Cartabellotta – i dati documentano che il problema si è spostato dalla mancata programmazione alla scarsa attrattività della professione di medico di medicina generale, soprattutto nelle grandi Regioni del Nord, dove i giovani medici tendono ad orientarsi verso opportunità professionali più vantaggiose. Tenendo conto di queste dinamiche, è certo che al 2028 le nuove leve non riusciranno a compensare le carenze attuali e i pensionamenti attesi. E mentre si avvicina la scadenza del 30 giugno 2026, alla quale si guardava con fiducia per attuare la riforma dell’assistenza territoriale, il ruolo del medico di famiglia non è ancora stato definito con chiarezza e si moltiplicano, in modo disordinato, le norme che dovrebbero ridisegnarlo. Nella vita quotidiana, intanto, cresce il numero di persone senza medico di famiglia: una condizione che ostacola l’accesso al Servizio sanitario nazionale, riduce la qualità dell’assistenza territoriale e aumenta i rischi per la salute, soprattutto di anziani e persone fragili».

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