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Personale sanitario, il pendolo tra carenza e surplus
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    U.S. Navy Doctors, Nurses and Corpsmen Treat COVID Patients in the ICU Aboard USNS Comfort
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    Immagine: Navy Medicine from Washington, DC, USA, Public domain, via Wikimedia Commons
Redazione
Cresce il personale sanitario, ma dietro i numeri generali la situazione è caotica. Tanti dottori, ma solo per alcune specialità; infermieri che non ci sono e medici di base che continuano a calare. Il rapporto Agenas

Ospedali con tanti medici, ma con difficoltà di garantire alcuni servizi per la carenza di certi specialisti e soprattutto di infermieri; servizi sui territori a singhiozzo per la carenza di medici di medicina generale. E, poi, per alcune specialità, medici neolaureati costretti a cercare lavoro fuori dall’Italia a causa un surplus di personale. Potrebbe essere lo scenario da incubo che potrebbe verificarsi da qui a pochi anni nella sanità italiana secondo i dati rapporto “Il personale del Servizio Sanitario Nazionale” realizzato dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che chiarisce come l’aumento del personale sanitario, da solo, non sia un dato affidabile per misurare lo stato di salute della sanità. 

Secondo il rapporto nel 2023 il personale dipendente è cresciuto di circa 20 mila unità rispetto all’anno precedente, passando da 681.852 a 701.170 unità con una crescita di quasi il 3%. Nonostante ciò per alcune figure professionali come gli infermieri e certi specialisti persistono problemi di carenza. Sia oggi, sia nel prossimo futuro. 

Il documento mostra come dopo il brusco calo del personale che ha portato alla perdita di circa 30 mila unità tra il 2014 e il 2019, dalla pandemia il numero di professionisti ha ripreso a crescere e nel 2023 si contavano 51.647 mila operatori in più rispetto al 2019. 

L’aumento non ha inciso sul profilo del personale sanitario italiano, caratterizzato da un numero di medici superiore alla media europea (5,35 per mille abitanti contro 4,07), a fronte di un numero di infermieri al di sotto della media (6,86 per mille contro 8,26). 

Per quel che riguarda i medici, dopo la contrazione del decennio scorso, si è assistito a un aumento delle borse di specializzazione che è triplicato rispetto a un decennio fa (15.256 nel 2024/2025 rispetto alle 5 mila del 2014/2015). 

Una misura necessaria, che ha messo al riparo il servizio sanitario da una carenza di medici potenzialmente tragica: si stima infatti che tra il 2026 e il 2038 circa 39 mila dottori usciranno dal Ssn per raggiunti limiti di età. 

Tuttavia, i numeri assoluti mascherano un fenomeno strisciante che rischia di fermare la sanità. Alcune specializzazioni, in cui già oggi si concentrano le carenze di personale,  hanno completamente perso di appetibilità per i giovani. Nell’ultima tornata, Microbiologia e virologia ha coperto solo l’11% dei posti, Radioterapia il 18%, Medicina di comunità e delle cure primarie il 21%, Medicina e Cure Palliative il 22%, Medicina d'emergenza-urgenza il 30%, Chirurgia Generale il 51%, Anestesia Rianimazione il 60%.  

Se in queste specialità si rischia la penuria, in altre si teme l’eccesso. Oggi l’Italia sforna più medici in rapporto alla popolazione rispetto a qualunque altro Paese europeo (il doppio rispetto alla Francia). Il pericolo è che nel prossimo futuro si assista a un eccesso di medici specialisti, «con la disponibilità di laureati che eccede il fabbisogno, come verificatosi negli anni antecedenti l’introduzione del numero chiuso», si legge nel rapporto.

Diverso è il caso dei medici di medicina generale: in dieci anni il loro numero si è ridotto di più di 7 mila unità (dagli oltre 45 mila del 2013 ai 38 mila del 2023). In tal caso, con 68,1 medici di famiglia ogni 100 mila abitanti l’Italia è indietro rispetto a Paesi vicini come Germania (72,8) e la Francia (96,6). Inoltre, quasi un terzo dell’attuale forza lavoro - circa 20 mila - andrà in pensione nei prossimi 12 anni.

Ancora più critica è la situazione degli infermieri. Da qui al 2035, saranno circa 78 mila quelli che raggiungeranno l’età pensionabile e molti di loro rischiano di non essere sostituiti. Infatti, «da qualche anno, nonostante l’incremento del numero di posti a bando», «si nota una progressiva riduzione delle domande», prosegue il documento. Le rappresentanze della professione da anni sottolineano questo rischio, che però oggi viene messo nero su bianco dalle istituzioni. 

«Senza alcun dubbio alla base del fenomeno vi è un inadeguato riconoscimento sociale di tale professione, nonché la sproporzione fra la complessità dell’iter formativo, le responsabilità e l’impegno professionale e gli aspetti retributivi e di progressione di carriera», si legge nel documento. Se il trend, che non è solo italiano, continuerà non è possibile «assicurare che l’attuale offerta formativa sia sufficiente a neutralizzare l’effetto della gobba pensionistica», conclude il rapporto.

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