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DidascaliaImmagine: Lungoleno, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
La riforma dell’assistenza territoriale, pilastro del Pnrr Missione Salute per avvicinare la sanità ai cittadini, è ancora lontana dall’essere realmente operativa.
È questa la sintesi del monitoraggio della Fondazione Gimbe sull'attuazione della riforma della sanità territoriale: a quattro anni dall’adozione del decreto 77, la riforma dell’assistenza territoriale procede a rilento, con profonde diseguaglianze regionali, in particolare nell’attivazione e nella piena operatività di Case e Ospedali di comunità.
«Abbiamo analizzato – spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – i risultati raggiunti al 30 dicembre 2025 e le criticità che continuano a frenare la riforma dell’assistenza territoriale. L’obiettivo è duplice: fornire ai cittadini un quadro oggettivo, al riparo da letture strumentali, e lanciare un monito a Governo e Regioni sui potenziali rischi che gli inaccettabili ritardi accumulati avranno sulla rendicontazione finale del prossimo 30 giugno».
I dati elaborati dalla Fondazione sono estratti dal report Agenas sul monitoraggio del Dm 77, aggiornati al 31 dicembre 2025.
«Il potenziamento dell’assistenza territoriale – sostiene Cartabellotta – è la chiave per decongestionare ospedali e Pronto soccorso e garantire una sanità di prossimità. Tuttavia, i dati ufficiali trasmessi dalle Regioni restituiscono un quadro preoccupante».
La riorganizzazione dell’assistenza territoriale definita dal DM 77 prevede la realizzazione di 1.715 Case della comunità (Cdc), 657 Centrali operative territoriali (Cot) e 594 Ospedali di comunità (Odc). Di queste strutture, il Pnrr finanziava inizialmente 1.350 Cdc, 600 Cot e 400 Odc. Nel novembre 2023 i target sono stati rivisti al ribasso: le Cdc si sono ridotte a 1.038, le Cot a 480 e gli Odc a 307.
Case della comunità
Al 31 dicembre 2025, per 649 (37,8%) le Regioni non hanno dichiarato attivo alcun servizio previsto dal DM 77. «Per oltre un terzo delle strutture programmate – commenta il presidente Gimbe – non esiste alcun dato pubblico: né sulla loro reale esistenza, né sullo stato di avanzamento». Per 781 strutture (45,5%) risulta attivo almeno un servizio; di queste solo per 285 (16,7%) sono stati dichiarati attivi tutti i servizi obbligatori: presenza di équipe multi-professionali, punto unico di accesso, assistenza domiciliare, specialistica ambulatoriale, servizi infermieristici, sistema di prenotazione collegato al Cup, integrazione con i servizi sociali, partecipazione della comunità, oltre a servizi diagnostici di base, continuità assistenziale e punto prelievi solo nelle Cdc principali. Infine, delle 285 Cdc con tutti i servizi obbligatori attivi, solo 66 (3,9%) risultano pienamente operative.
La media nazionale del 45,5% delle Cdc con almeno un servizio dichiarato attivo è superata da dieci Regioni: dal 49,7% della Toscana al 100% della Valle d’Aosta. Le rimanenti undici si collocano al di sotto del valore nazionale: dal 38,5% della Provincia autonoma di Trento sino alla Basilicata e alla Provincia autonoma di Bolzano, dove non risulta attiva alcuna Cdc. Le Cdc con tutti i servizi dichiarati attivi arrivano alla media nazionale del 12,8% per quelle prive di personale medico e infermieristico e al 3,9% per quelle pienamente funzionanti, di cui oltre la metà si concentra in Lombardia (22) ed Emilia Romagna (15). Le differenze regionali non dipendono solo dal completamento delle strutture, ma soprattutto dalla disponibilità di personale. «Anche dove tutti i servizi vengono dichiarati attivi – commenta Cartabellotta – le Case della comunità restano, nei fatti, scatole vuote: senza personale sanitario non possono funzionare».
Ospedali di comunità
Al 31 dicembre 2025 solo 163 (27,4%) risultano avere almeno un servizio attivo, per un totale di oltre 2.900 posti letto. In valori assoluti, i numeri più alti si registrano in Veneto (47), Lombardia (30), Emilia-Romagna (24) e Toscana (17). Altre 13 Regioni hanno attivato almeno un Odc: dagli otto dell’Umbria a uno in Calabria, Campania e Piemonte. Quattro Regioni restano invece ferme a quota zero: Basilicata, Marche, Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta. In queste condizioni, rendere gli Odc pienamente funzionanti entro il 30 giugno, per Cartabellotta appare «una missione impossibile».
Centrali operative territoriali
Le Cot, strutture chiave per coordinare la presa in carico dei pazienti e integrare l’assistenza sanitaria e sociosanitaria, risultano attivate in tutte le Regioni e il target europeo di 480 è già stato raggiunto. Al 31 dicembre 2025, su 657 programmate, 625 risultano pienamente funzionanti.
Fascicolo sanitario elettronico (Fse)
Al Fse il Pnrr destina un investimento di 1,38 miliardi. Il 31 marzo scade il termine per l’adeguamento delle strutture sanitarie pubbliche e private al modello standard di trasmissione dei dati per alimentare il Fse. Tuttavia, al 30 settembre 2025, secondo i dati del portale Fascicolo sanitario elettronico 2.0, nessuna Regione rende disponibili tutte le venti tipologie di documenti previste dal DM 7 settembre 2023. Il livello di completezza varia dai 17 documenti dell’Emilia-Romagna agli 11 della Puglia.
Alla stessa data, solo il 44% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione del Fse da parte di medici e operatori del Ssn, con forti disomogeneità regionali: dal 2% in Abruzzo e Campania al 92% in Emilia-Romagna. «Se nemmeno la metà dei cittadini consente l’accesso al proprio Fse non siamo di fronte a un problema tecnico – avverte Cartabellotta – ma a un fallimento culturale e organizzativo».
I rischi
In conclusione, osserva il presidente Gimbe, «a soli tre mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del Pnrr l’obiettivo di rendere Case e Ospedali di Comunità “pienamente funzionanti”, requisito indispensabile per raggiungere i target, resta ancora molto lontano». Governo e Regioni, perciò, dovrebbero «prendere seriamente atto dei rischi che accompagnano la rendicontazione finale del Pnrr, che al momento non prevede alcuno slittamento temporale. Il primo rischio, da evitare a ogni costo, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo è centrare il target nazionale grazie ai risultati di alcune Regioni, senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, che rischiano anzi di ampliarsi. Il terzo, il più grave, è di completare l’incasso delle rate senza produrre benefici concreti per i cittadini, lasciando in eredità solo scatole vuote e una digitalizzazione frammentata e incompleta, a fronte di un indebitamento scaricato sulle generazioni future. E sprecando di fatto – conclude Cartabellotta - la più grande occasione per il Ssn di costruire una sanità territoriale efficiente e accessibile per i cittadini».
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