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L’appello
Socieà scientifiche: «Garantire sempre diritto alla salute e terapie innovative»
Redazione
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In Italia nel 2025 la spesa farmaceutica totale è stata di 25 miliardi di euro, con un aumento del 15% rispetto al 2023. Il 28% del totale risulta però a carico dei cittadini anche se nel nostro Paese il prezzo dei farmaci è ancora inferiore rispetto a numerosi Paesi europei. Di questi e altri dati si è discusso mercoledì 27 maggio in una teleconferenza organizzata dal Fossc, il Forum che riunisce 75 Società scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani.

«La crescita della spesa farmaceutica anche a carico dei privati non può essere una sorpresa» sostiene Francesco Cognetti, coordinatore Fossc. «Si tratta di un fenomeno legato all’invecchiamento della popolazione – prosegue - la cui speranza di vita in Italia ha raggiunto gli 84,1 anni. È la più alta in Europa nonché la seconda al mondo dopo il Giappone. L’altro principale motivo è lo sviluppo della ricerca e l’arrivo di farmaci innovativi ad alto costo. Tuttavia, è anche la disponibilità di terapie efficaci a posizionare l’Italia agli ultimi posti nel mondo per mortalità da malattie prevenibili e curabili». Negli anni Novanta, ricorda Cognetti, un paziente con leucemia moriva entro pochi mesi mentre oggi può vivere per molti decenni. Un infartuato può dover assumere statine, betabloccanti e anticoagulanti per il resto della vita. Queste terapie, però, hanno un costo e pensare che possano essere gli stessi di venti anni fa «è irrealistico ed impossibile. A nostro avviso non sono auspicabili ulteriori tagli della spesa farmaceutica».

Al centro del dibattito on line vi è stato anche il cosiddetto MFN (Most Favored Nation drug pricing) adottato dagli USA, che impone che il prezzo effettivo dei farmaci negli USA sia pari o inferiore a quello più basso tra un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia. Un provvedimento che secondo Cognetti potrebbe provocare nell'immediato una riduzione di un terzo dei lanci dei nuovi farmaci in Europa. A questo si aggiungono le conseguenze del conflitto in Medio Oriente, che hanno già determinato una crescita dei costi totali di oltre il 20-30%. L’Italia, ritiene il coordinatore Fossc, potrebbe essere «tra i Paesi più penalizzati e corriamo il rischio di un accesso più lento alle innovazioni terapeutiche e di rincari ai prezzi».

Come il Forum chiede quindi che dalla revisione del Prontuario farmaceutico nazionale siano esclusi le terapie innovative, i farmaci orfani e di eccezionale rilevanza terapeutica e sociale. «Sono trattamenti che devono essere considerati non solo una spesa – sostiene Cognetti - ma anche come un investimento».

Per Robert Nisticò, presidente dell'Agenzia del farmaco (Aifa), «va superata la logica dei silos separati in cui è suddivisa la spesa farmaceutica nel nostro Paese. Abbiamo nuovi strumenti per valutare l’efficacia terapeutica di un nuovo farmaco, ma anche i risparmi che può generare, per esempio, sulle ospedalizzazioni evitate».

Strettamente collegata alla spesa farmaceutica c’è quella sanitaria pubblica che in Italia si attesta al 6,2-6,3% del Pil, valore inferiore a quelli di Francia (9-10%), Germania (10,1-10,6%) e Regno Unito (8,9%) nonché alla media europea del 6,9%. Su questo parametro siamo al 14° posto in Europa, al 22° posto nell’ OCSE e all’ultimo posto tra i Paesi del G7. Per quel che riguarda poi la spesa sanitaria pubblica pro capite, quella italiana è di 3.835 dollari contro una media OCSE di 4.625 e una media europea di 4.689. Occupiamo quindi in Europa il 14° posto anche dopo Repubblica Ceca e Slovenia. «È evidente che sono necessari maggiori investimenti – conclude Cognetti - alla luce del continuo invecchiamento generale della popolazione. Corriamo il serio rischio di non poter più garantire un modello sanitario universalistico e anche il diritto alla salute così come sancito dalla nostra Costituzione».

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