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Congresso Sigenp
Un bambino su tre con obesità o sovrappeso ha il fegato grasso. Se non trattato, può portare al trapianto
Redazione
Corpo

Il cibo come cura, non solo come prevenzione. L'argomento è stato trattato al Congresso nazionale Sigenp (Genova, 24-26 settembre), che ha messo a confronto due condizioni in crescita tra i bambini: il fegato grasso, complicanza diretta dell'obesità, e le malattie infiammatorie croniche intestinali (Crohn e colite ulcerosa). Con un dato comune: la nutrizione non è un contorno delle terapie, ma il loro fondamento.

Il fegato grasso (steatosi epatica), malattia silenziosa che cresce con l'obesità, riguarda il 2-3% della popolazione pediatrica e circa un terzo dei bambini con sovrappeso o obesità. In altre parole, è la più comune malattia del fegato in età pediatrica. Cresce di pari passo con l'obesità e nella grande maggioranza dei casi non dà sintomi. Non per questo è innocua: una steatosi non trattata decuplica il rischio cardiovascolare e di diabete già in giovane età e in età adulta può evolvere verso la cirrosi, fino al trapianto di fegato. A oggi nessun farmaco è approvato specificamente per la steatosi in età pediatrica e lo stile di vita da solo, per molti bambini, non basta. Tuttavia la ricerca non si ferma e, come osserva Emanuele Nicastro, dell'Università dell'Insubria, sta passando da approcci empirici a terapie mirate. Il ponte più immediato sono i farmaci dell'obesità, gli analoghi del GLP-1: negli adolescenti con obesità la semaglutide ha ridotto l'indice di massa corporea del 16% contro lo 0,6% del placebo e negli adulti con steatoepatite ha fatto regredire l'infiammazione nel 63% dei casi contro il 34%, migliorando anche la fibrosi. L'EMA ha già avviato un piano di sviluppo pediatrico dagli otto anni. Ancora mancano però dati di sicurezza a lungo termine negli adolescenti, il peso tende a tornare alla sospensione, i farmaci non sono rimborsati in età pediatrica e va sorvegliato il rischio di disturbi del comportamento alimentare.

Le malattie infiammatorie croniche intestinali colpiscono invece 1-2 bambini ogni 100 mila e sono in aumento, soprattutto nei Paesi occidentali, in relazione agli stili di vita e all'uso eccessivo di antibiotici nei primi anni di vita; l'esordio è più frequente tra i 10 e i 12 anni. Come spiega Massimo Martinelli, del Centro di riferimento regionale per le MICI, Università Federico II di Napoli, la nutrizione è già una terapia consolidata: «Per alcune settimane una formula nutrizionale completa sostituisce tutti gli alimenti, spegnendo l'infiammazione senza cortisone. In una coorte nazionale di 649 bambini con nuova diagnosi di Crohn, il 77% l'ha seguita. Il problema – precisa - è l'aderenza, difficile soprattutto per gli adolescenti: per questo si stanno affermando diete a base di cibi solidi, come la Crohn's Disease Exclusion Diet, che nelle forme lievi-moderate offrono un'alternativa più accettabile».

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