Un “cerotto proteico” per riparare il cuore infartuato

Innovazione

Un “cerotto proteico” per riparare il cuore infartuato

di Cristina Gaviraghi
Di infarto non si muore più come un tempo, ma il cuore resta malconcio ed esposto all’insorgenza di aritmie e insufficienza cardiaca. Una nuova tecnica potrebbe consentire al muscolo di riprendersi

Un cerotto capace di guarire le ferite del cuore lasciate da un attacco cardiaco. È quanto hanno sviluppato e testato all’Università di Stanford, descrivendo poi il tutto in un articolo su Nature. 

Pur restando una delle principali cause di decesso nei paesi sviluppati, di infarto non si muore più come un tempo. I progressi fatti in cardiologia permettono di regalare la sopravvivenza a oltre l’80 per cento di quei pazienti che riescono a raggiungere tempestivamente l’ospedale. Pazienti che in Italia sono circa 100 mila ogni anno. 

Si può scampare dunque alla morte, ma il cuore resta malconcio. L’occlusione di una coronaria, dovuta a depositi di colesterolo o a trombi, non permette la corretta ossigenazione di una parte del muscolo cardiaco che va in necrosi e, non essendo in grado di rigenerarsi, è soppiantata da un tessuto cicatriziale privo di funzionalità. Il risultato è un cuore debole e meno efficiente, esposto all’insorgenza di aritmie, insufficienza cardiaca e altre patologie che negli anni mettono a rischio la vita e il benessere del paziente.

Le terapie disponibili aiutano il cuore a riprendere una discreta attività, ma nessuna è in grado di ripristinare le porzioni cardiache perdute. Si è tentato di farlo utilizzando cellule staminali con risultati altalenanti e, al momento, non ancora definitivi. A Stanford ci hanno provato ideando una sorta di “cerotto proteico”, una specie di matrice costituita da collagene e contenente la proteina FSTL1 (Follistatin-like 1), in grado di stimolare la replicazione dei cardiomiociti, le cellule muscolari cardiache. 

L’idea è partita osservando un classico modello sperimentale di laboratorio: il pesce zebrafish, i cui cardiomiociti si rigenerano grazie a stimoli provenienti da cellule dell’epicardio, lo strato più interno del pericardio, la membrana che riveste il cuore. Un’estesa analisi condotta su cellule epicardiche di mammifero ha individuato, tra oltre 300 proteine, lo stimolo per la replicazione dei cardiomiociti: FSTL1, proteina la cui presenza diminuisce drasticamente in seguito a un infarto. 

«La nostra intenzione era creare un supporto che rilasciasse FSTL1 nelle zone cicatriziali del miocardio infartuato per vedere se era possibile riattivare la replicazione dei cardiomiociti e rigenerare così le porzioni di cuore non più funzionanti», spiega Pilar Ruiz-Lozano, ricercatrice a Stanford. E l’esperimento, almeno su topi e maiali, ha funzionato. Il cerotto di collagene, imbevuto di FSTL1, simula il tessuto epicardico fetale e, una volta applicato chirurgicamente ai cuori infartuati degli animali, rilascia gradualmente la proteina creando l’ambiente adatto per la rigenerazione cellulare e la formazione di nuovi vasi già dopo due-quattro settimane.

A distanza di un paio di mesi dal trattamento, inoltre, la funzionalità del ventricolo sinistro dei maiali risaliva dal 30 al 40 per cento, segno di un miglioramento dell’attività cardiaca. «Questa nuova tecnica ha bisogno di altre sperimentazioni, ma è molto promettente da un punto di vista clinico e basandosi su componenti acellulari eviterebbe il ricorso a farmaci immunosoppressori», conclude Ruiz-Lozano. 

È ancora presto per cantare vittoria contro l’infarto, ma, forti dei risultati ottenuti, i ricercatori di Stanford contano di intraprendere studi clinici sull’uomo a partire dal 2017.