Dalla chirurgia ai monoclonali, le novità per battere l’idrosadenite suppurativa

Il congresso

Dalla chirurgia ai monoclonali, le novità per battere l’idrosadenite suppurativa

di redazione

È una malattia dermatologica immunomediata che si manifesta con noduli infiammatori, ascessi e fistole a livello ascellare e inguinale. L’idrosadenite suppurativa, anche quando è lieve o moderata, può avere un impatto pesante sia sulla qualità di vita sia a livello psicosociale. Al 12° Congresso Annuale della EHSF (European Hidradenitis Supurativa Foundation) conclusosi oggi a Firenze, la SIDeMaST ha presentato le principali novità per contrastare la malattia, dai nuovi farmaci alla terapia chirurgica fino alla basi biologiche della patologia.

Ma anche la necessità di individuare link genici per distinguere i diversi fenotipi della malattia e potenziare gli “scoring systems”, parametri di valutazione della gravità della malattia necessari per facilitare la ricerca in funzione dell’orientamento terapeutico. 

«L’individuazione dei link genici consente una migliore caratterizzazione dei vari fenotipi di malattie», afferma Francesca Prignano, professore associato presso l’Università degli Studi di Firenze. «È molto importante ai fini della cura in quanto la patologia si presenta con manifestazioni spesso profondamente diverse; per cui la grande urgenza scientifica è riuscire a tracciarle per un migliore apporto terapeutico, soprattutto per i casi più gravi».

Sul fronte terapeutico, se per i casi più lievi si spazia dagli antibiotici topici a quelli sistemici, i casi gravi sono trattati con farmaci biologici. «Oltre al già conosciuto adalimumab, un nuovo principio attivo è il secukinumab», spiega Angelo Valerio Marzano, Professore Ordinario di Dermatologia Università degli Studi di Milano, Direttore UOC Dermatologia Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. «Secukinumab non è ancora rimborsabile, ma lo specialista può farne richiesta all’ospedale per utilizzarlo in off label, come seconda opzione curativa nei casi in cui il paziente non risponda all’adalimumab».

Intanto sempre più spazio acquisisce la combinazione tra farmaci biologici e farmaci biologici e chirurgia,. «La chirurgia spazia da quella più lieve a quella più radicale. La prima consiste nel drenaggio di ascessi e si limita ad asportazione di aree limitate e può essere eseguita dal dermatologo; la seconda consiste nell’asportazione di intere parti di tessuto che comprendono follicoli piliferi e ghiandole apocrine colpite dall’infezione. Al momento questa seconda opzione viene praticata in Italia solo in alcuni centri specializzati. Ma siamo certi che man mano che la patologia uscirà allo scoperto la chirurgia diventerà sempre più protagonista e risolutiva per cui in futuro avremo bisogno di più chirurghi che si occupino di idrosadenite e di dermatologi che si specializzino in questo tipo di chirurgia», conclude Prignano.

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