Colangiocarcinoma: il 70 per cento delle diagnosi è in fase avanzata, nuova terapia mirata efficace

World Cholangiocarcinoma Day

Colangiocarcinoma: il 70 per cento delle diagnosi è in fase avanzata, nuova terapia mirata efficace

di redazione

Dolore addominale, perdita di peso, nausea, malessere. Sono sintomi generici, difficili da attribuire a una patologia specifica. Per questoil colangiocarcinoma viene definito un tumore “silenzioso”, con manifestazioni che possono essere facilmente sottovalutate o confuse con quelle di altre patologie. Per questo il 70 per cento dei pazienti presenta alla diagnosi una malattia già in fase avanzata, con poche possibilità di trattamento, anche se oggi si stanno affacciando armi innovative in grado di migliorare la sopravvivenza. 

Per sensibilizzare tutti i cittadini su questa malattia n costante crescita (i nuovi casi in Italia sono aumentati del 14% in 5 anni passando da 4700 nel 2015 a 5400 nel 2020), si celebra domani 12 febbraio il World Cholangiocarcinoma Day, la Giornata mondiale per informare su sintomi, fattori di rischio e opportunità di cura del colangiocarcinoma, con l’obiettivo di darne la più ampia visibilità.

«Il colangiocarcinoma è un tipo di tumore primitivo del fegato che ha origine dai colangiociti, le cellule che rivestono i dotti biliari, deputati al trasporto della bile dal fegato all’intestino. Si distingue in base alla sede d’insorgenza in intraepatico, se si sviluppa all’interno del fegato, ed extraepatico, se nasce dalle vie biliari extraepatiche. I calcoli biliari e la colangite sclerosante primitiva, una grave malattia infiammatoria cronica del fegato, rappresentano potenti fattori di rischio per le forme intraepatiche. Inoltre, l’obesità, il fumo di sigaretta, le malattie infiammatorie croniche dell’intestino, il consumo eccessivo di alcol e l’esposizione a sostanze chimiche cancerogene, a tossine e a vari agenti ambientali (diossine, nitrosamine, radon e amianto) aumentano il rischio di sviluppare il tumore», spiega Filippo de Braud, professore di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Milano e direttore del Dipartimento e della Divisione di Oncologia Medica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano. 

Non esistono test di screening o esami di routine che permettono di effettuare una diagnosi precoce. 

In Italia vivono circa 12.700 persone dopo la diagnosi di colangiocarcinoma. «Soltanto il 25 per cento dei pazienti è candidato alla chirurgia, ma l’operazione, se effettuata nella malattia in stadio iniziale, può avere esito risolutivo. In molti casi, dopo l’intervento è indicata una chemioterapia precauzionale. Ciononostante, anche dopo una resezione chirurgica radicale e potenzialmente curativa, la recidiva si manifesta nel 60 per cento dei casi entro due anni. Nei pazienti che non possono essere operati o nei quali la malattia si è ripresentata, il trattamento di prima scelta è rappresentato dalla chemioterapia, che può contribuire a controllare l’evoluzione del tumore, anche se con un’efficacia limitata. Infatti, la maggior parte dei pazienti a un certo punto non risponde più alla chemioterapia di prima linea» dichiara Nicola Silvestris, membro del Direttivo Nazionale AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e professore associato di Oncologia Medica all’IRCCS Istituto Tumori ‘Giovanni Paolo II’ di Bari.

 La sopravvivenza a 5 anni è a pari al 17 per cento negli uomini e al 15 per cento nelle donne.

«Ecco perché servono nuove armi. In questi anni, è stata dedicata molta attenzione alla caratterizzazione molecolare della malattia attraverso tecniche di sequenziamento genico, che hanno permesso di identificare alterazioni, bersaglio di farmaci specifici. E sono numerosi gli studi volti a comprendere il ruolo delle terapie mirate nel colangiocarcinoma avanzato o metastatico, in particolare nei tumori a genesi intraepatica. Nel complesso, circa la metà dei colangiocarcinomi presenta una o più mutazioni potenzialmente trattabili con farmaci a bersaglio molecolare”. In particolare, le traslocazioni di FGFR2 (recettore 2 del fattore di crescita dei fibroblasti) sono presenti in circa il 7% dei colangiocarcinomi intraepatici in Europa. Nello studio clinico multicentrico di fase II FIGHT-202, pemigatinib, una nuova terapia mirata, ha dimostrato, nei pazienti che presentano fusioni o riarrangiamenti di FGFR2, un tasso di risposta globale del 37 per cento e una durata mediana della risposta di 8 mesi», sottolinea de Braud. 

Sulla base dei risultati dello studio FIGHT-202, lo scorso anno la Commissione europea ha approvato pemigatinib nel colangiocarcinoma localmente avanzato o metastatico con fusioni o riarrangiamenti del FGFR2 e con progressione di malattia dopo almeno una precedente linea di terapia sistemica.