Diabete: nel lungo termine, la chirurgia bariatrica è più efficace dei farmaci (ma non di quelli di nuova generazione)

Il confronto

Diabete: nel lungo termine, la chirurgia bariatrica è più efficace dei farmaci (ma non di quelli di nuova generazione)

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Immagine: David-i98, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons
di redazione
Una analisi su Jama mette a confronto l’efficacia a lungo termine della chirurgia bariatrica e del trattamento farmacologico sui pazienti con obesità e diabete 2. Chi si sottopone all’operazione ha più possibilità di remissione. Ma lo studio non valuta i farmaci di nuova generazione

Chirurgia bariatrica contro trattamento farmacologico accompagnato da modifiche allo stile di vita. Le due opzioni terapeutiche per pazienti affetti da obesità e diabete 2 sono state messe a confronto in una approfondita analisi pubblicata su JAMA che ha valutato gli effetti a lungo termine (7-12 anni) di entrambe su sulla malattia metabolica. I risultati sono a favore dell’operazione chirurgica. L’intervento di rimodellamento del sistema digerente è più efficace: chi si sottopone al bisturi ha maggiori probabilità di ottenere un prolungato controllo dei valori glicemici e anche di andare incontro alla remissione dal diabete rispetto a chi assume farmaci e contemporaneamente segue una dieta e aumenta l’attività fisica. 

Va però specificato che nel confronto non sono rientrati i farmaci anti diabete e anti-obesità di nuova generazione, gli agonisti del recettore del GLP-1 come semaglutide e tirzepatide, perché lo studio si è svolto prima della loro approvazione per il trattamento del diabete e dell’obesità. 

La ricerca su Jama mette insieme i dati di quattro trial clinici randomizzati che hanno coinvolto 262 partecipanti con età media di 50 anni e un indice di massa corporea medio di 36,4, 166 dei quali sono stati sottoposti alla chirurgia bariatrica e 96 a trattamento farmacologico combinato con interventi sullo stile di vita. 

I partecipanti sono stati seguiti per 12 anni. Nel gruppo della chirurgia i valori dell’emoglobina glicata HbA1c sono diminuiti dell’1,6 per cento da un valore di partenza di 8,7 per cento in confronto a una riduzione dello 0,2 per cento nel gruppo trattato con i farmaci da un punto di partenza dell’ 8,2 per cento. 

Dopo 7 anni, il 18 per cento dei pazienti del gruppo sottoposto alla chirurgia aveva ottenuto la remissione dal diabete rispetto al 6,2 per cento dell’altro gruppo. Dopo 12 anni, il 12 per cento delle persone che avevano effettuato l’intervento di chirurgia bariatrica era “dieabete-free”, mentre nell’altro gruppo non si registrava nessun caso di remissione. 

Inoltre, nel lungo periodo di osservazione i pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica hanno fatto un minore ricorso all’insulina o incretine e agonisti del GLP-1. 

Lo studio non valuta gli effetti delle terapie sulla salute in generale. È però logico pensare che un miglioramento dei parametri associati al diabete procuri benefici su più fronti con un effetto a catena su vari aspetti della salute. «Partiamo dal presupposto che un migliore controllo del diabete o la remissione del diabete per un certo periodo potrebbero potenzialmente ridurre il rischio di sviluppare complicanze del diabete a livello degli organi terminali, macro e microvascolari», ha dichiarato a MedPage Ali Aminian del Cleveland Clinic Bariatric and Metabolic Institute coautore dello studio. 

In un editoriale che accompagna lo studio si sottolinea la necessità di ripetere il confronto anche con i farmaci di nuova generazione per i quali non esistono ancora dati di efficacia sul lungo periodo. «Anche se chiaramente impegnative da condurre, sono necessarie valutazioni a lungo termine che confrontino la chirurgia bariatrica e la nuova generazione di farmaci anti-obesità in termini di sicurezza, rapporto costo-efficacia, accettabilità del paziente e qualità della vita. Nel frattempo, incoraggiamo i medici a considerare i benefici a lungo termine della chirurgia bariatrica, un intervento ampiamente sottoutilizzato, per gli individui con diabete di tipo 2 non adeguatamente controllati dalle terapie mediche e da interventi sullo stile di vita», ha dichiarato Thomas A. Wadden, della University of Pennsylvania autore dell’editoriale. 

 

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