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Il Convegno
Le interazioni tra farmaci responsabili del 4% delle morti per cancro
Redazione
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Due terzi delle persone in trattamento per un tumore sono a rischio di interazioni farmacologiche. Queste condizioni, quando gravi, sono la causa del 2% dei ricoveri ospedalieri e possono contribuire al 4% dei decessi nelle persone colpite da tumore. Nonostante l’impatto sulla sopravvivenza e sulla qualità di vita, le conseguenze dell’assunzione di molteplici terapie nella cura del cancro sono ancora sottovalutate.

Per gli esperti serve una visione a 360 gradi, come evidenziato nel Convegno nazionale “Le interazioni farmacologiche nella gestione del rischio clinico: guida ragionata nel percorso decisionale (e all’etica della scelta)”, che si è svolto venerdì 27 febbraio alla Statale di Milano.

Da un lato, spiegano gli esperti, è essenziale un approccio integrato e multidisciplinare che coinvolga oncologi e farmacologi. Dall’altro, vanno sviluppate competenze trasversali e psiconcologiche, che integrino la valutazione del rischio farmacologico con una riflessione più ampia sul percorso decisionale condiviso con il paziente, anche grazie a un utilizzo più diffuso dei “Patient-Reported Outcome” (PRO), cioè gli esiti di salute valutati direttamente dal paziente e basati sulla sua percezione della malattia e del trattamento.

Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390 mila nuove diagnosi di tumore. «Nella cura del cancro, il rischio di interazioni farmacologiche è aumentato dall’uso concomitante di farmaci di supporto come antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi» sottolinea Gianluca Vago, direttore del Dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia (Dipo) della Statale di Milano

In oncologia «il tema è particolarmente delicatoı» spiega Gabriella Pravettoni, professoressa di Psicologia delle decisioni al Dipo e direttrice della Divisione di psiconcologia dello Ieo. La scelta terapeutica, specie nei casi di malattia avanzata o metastatica – aggiunge Pravettoni, «implica non solo la conoscenza delle interazioni, ma anche una valutazione etica del beneficio atteso».

L’introduzione di nuove molecole antitumorali orali nella pratica clinica ha aumentato la complessità della gestione delle interazioni farmacologiche. Uno studio su oltre 5.600 casi di interazioni farmacologiche ha rilevato che le terapie mirate rappresentavano il 63% delle interazioni, rispetto agli agenti citotossici (21%) e alle terapie ormonali (19%). «Anche l’immunoterapia sta cambiando la storia naturale di molte neoplasie» osserva Giuseppe Curigliano, professore di Oncologia medica al Dipo e presidente eletto della Società europea di oncologia medica (Esmo). «Può verificarsi una ridotta efficacia dei farmaci immunoncologici – aggiunge - quando somministrati contemporaneamente ad antibiotici, corticosteroidi o inibitori della pompa protonica. Le terapie immunoncologiche si basano sul ripristino delle risposte delle cellule T, che possono essere compromesse da alterazioni dell’equilibrio del microbiota intestinale o da immunosoppressione. La collaborazione multidisciplinare tra oncologi e farmacologi nella pratica clinica consente di prevedere e gestire le interazioni farmacologiche».

Una strategia chiave per prevenire le interazioni farmacologiche, interviene infine Ketti Mazzocco, professoressa di Psicologia al Dipo e psiconcologa allo Ieo, «risiede nell’informazione dei pazienti e dei caregiver sui rischi associati alla politerapia e alla mancata aderenza alle cure».

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