Iperplasia prostatica: le nuove tecniche post-intervento possono ‘salvare’ l’eiaculazione. Successo fino all’85% 

Congresso Nazionale della Società Italiana di Urologia (SIU)

Iperplasia prostatica: le nuove tecniche post-intervento possono ‘salvare’ l’eiaculazione. Successo fino all’85% 

di redazione

I progressi nelle tecniche chirurgiche ed endoscopiche per l’iperplasia prostatica consentono di ridurre drasticamente il rischio di eiaculazione retrograda, cioè indirizzata verso la vescica e non verso l’esterno, uno degli effetti collaterali più frequenti degli interventi (che può riguardare fino al 65% dei casi). Le  percentuali di successo sono molto alte, fino all’85 per cento. Dipende naturalmente dalla tipologia di paziente, dalla dimensione della prostata e dalla sua età. 

Grazie a nuove modifiche introdotte nelle tecniche chirurgiche più diffuse (la TURP, l’enucleazione e la vaporizzazione), risultava già risparmiata la funzione eiaculatoria, migliorando anche la normale funzionalità urinaria. Ora sono emerse anche alternative minimamente invasive che mirano a preservare la funzione sessuale e a migliorare i disturbi urinari, preservando quindi la qualità della vita maschile in toto. Tra queste vi sono la più nota, l’’Urolift’, e, pur se ancora sperimentali, l’Aquabeam, il Rezum, le l’iTind. Di queste novità si parlerà al 95° Congresso nazionale della Società Italiana di Urologia (SIU) che si apre domani, 15 ottobre, a Riccione. 

«L’ipertrofia prostatica viene trattata con la chirurgia o l’endoscopia, come ad esempio l’adenomectomia prostatica, la resezione transuretrale della prostata (TURP) e i vari tipi di enucleazione laser. Ma la maggior parte degli interventi, fino al 65 per cento dei casi, comporta la comparsa di un’eiaculazione retrograda con l’emissione del liquido seminale verso l’interno, cioè la vescica, e non verso l’esterno. Inoltre presenta un tasso di deficit erettile del 6,5 per cento, a prescindere dalla quantità di tessuto asportato. La conseguenza è un profondo disagio psicologico, soprattutto nei pazienti più giovani. Oggi grazie a nuove tecniche è possibile ridurre al massimo questi rischi», spiega Giuseppe Carrieri, segretario generale SIU e professore di urologia all’Università di Foggia oltre che Prorettore della medesima università . 

«L’Urolift è una procedura eseguibile in ambulatorio o in day hospital, che prevede l’impianto di device (simili a mollette) di ridottissime dimensioni capaci di tenere pervio il canale uretrale esercitando una trazione sui lobi prostatici ostruenti. L’ iTind è una sorta di stent intraprostatico, posizionato per via endoscopica nell’uretra prostatica e lasciato in sede per circa 5-7 giorni, prima di essere rimosso in regime ambulatoriale. Una volta posizionato il dispositivo si auto espande provocano una pressione ischemica sull’uretra prostatica e il collo della vescica favorendo così la formazione di un canale che permette il passaggio dell’urina. Il Rezum è una procedura mini-invasiva che utilizza il vapore acqueo. Questo viene iniettato attraverso un ago sottilissimo all’interno del tessuto prostatico ipertrofico. L’energia termica diffusa nell’interstizio del tessuto prostatico per convezione determina rottura delle membrane cellulari con conseguente progressiva riduzione del volume della ghiandola prostatica. Il sistema Acquabeam utilizza un getto d’acqua senza impiego di energia termica. La pressione dell’acqua distrugge il tessuto prostatico senza conseguenze termiche o meccaniche per i tessuti limitrofi», spiega Vincenzo Ficarra, responsabile dell’ufficio scientifico SIU e professore di Urologia all’Università di Messina oltre che direttore del Dipartimento di Urologia all’Azienda Ospedaliero Universitaria ‘Gaetano Martino’ di Messina.

L’iperplasia prostatica benigna consiste nell’ingrossamento della prostata, la ghiandola maschile che secerne il liquido seminale e influenza l’eiaculazione, l’erezione e la minzione. È una patologia che colpisce oltre 6 milioni di italiani con più di 50 anni: la metà di quelli in età compresa tra i 51 e i 60 anni, il 70 per cento dei 61-70enni, addirittura il 90 per cento degli ottantenni. Ciò non significa, tuttavia, che i più giovani ne siano esclusi: riguarda infatti anche l’8% dei maschi sotto i 40 anni. Considerata la sua incidenza così alta, è fondamentale non trascurarne i sintomi che si presentano sotto forma di disturbi urinari come difficoltà nella minzione, frequenza nell’urinare, bruciore e necessità di svuotare la vescica. 

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