Condivisione. È la parola d’ordine del nuovo corso della medicina oncologica protagonista del primo Forum Internazionale sull’empowerment del paziente oncologico, promosso dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi in svolgimento a Milano (Milano 16 - 17 maggio). Un’occasione per individuare la strategia migliore per coinvolgere i pazienti nell’intero percorso medico, dalla diagnosi alla terapia.
Solamente il 4 per cento dei pazienti oncologici riferisce di aver scoperto la malattia durante una visita di controllo e solamente il 7 per cento viene accompagnato nel percorso da uno psicologo, presenza invece richiesta a gran voce, almeno nei momenti iniziali, dal 79 per cento degli italiani colpiti. Sono alcuni dei dati emersi dal primo sondaggio internazionale sul tema, svolto da Swg su uomini e donne, over 45, residenti in Italia, Regno Unito, Spagna, Francia e Germania, che sono entrati in contatto con una patologia oncologica (personalmente o assistendo un familiare.
«Si tratta di malattie che nel 75 per cento dei casi generano paura, nel 52 per cento tristezza, e in 3 su 10 solitudine e rabbia - illustra Guja Tacchi dell’ Istituto Ricerche Swg - La partecipazione attiva alle proprie cure viene percepita come molto importante da 7 pazienti su 10. Tuttavia meno della metà (47%) degli intervistati dichiara di essere pienamente consapevole del proprio percorso terapeutico, mentre ben un quarto del campione dichiara di essere poco o per nulla consapevole».
I pazienti maggiormente coinvolti nel percorso terapeutico e che riconoscono un elevato valore alla partecipazione si trovano in UK (75%) e Germania (72%). All’ultimo posto la Spagna (con ben 10 punti sotto la media, 58%). L’Italia si trova al penultimo posto della classifica (con il 66%).
«Oggi - afferma Gabriella Pravettoni, direttore della divisione di psiconcologia all’Istituto Europeo di Oncologia e ordinario di psicologia delle decisioni all’Università Statale di Milano - quando si intraprende un percorso di cura, occorre condividerlo con la persona che si ha di fronte: a prescindere dal sesso, dall’età e dalle sue conoscenze in ambito medico. Comunicare è fondamentale, anche perché sempre più spesso dal cancro si guarisce. L’essere ascoltati, seguiti e accuditi dai propri familiari favorisce l’auto-efficacia e riduce i livelli di ansia e preoccupazione collegati alla malattia».
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