Sì, prescrivere l’antibiotico “con riserva” è una buona idea

La strategia

Sì, prescrivere l’antibiotico “con riserva” è una buona idea

Viene chiamata prescrizione “just in case”: Il paziente esce dallo studio rassicurato, ha la ricetta dell’antibiotico ma è invitato ad assumerlo solo in caso non migliori. Anche il medico è più tranquillo: può rimandare la decisione sulla terapia in base all’evoluzione dei sintomi

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Immagine: JESHOOTS.com, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

Per la prescrizione di antibiotici la strategia inglese del “just in case” è sicura ed efficace. In poche parole il medico consegna la ricetta dell’antibiotico al paziente invitandolo a iniziare la terapia solo se (just in case) le condizioni non migliorano dopo un periodo di tempo stabilito. È un buon compromesso, tutto all’insegna del pragmatismo anglosassone, tra due esigenze opposte: quella del paziente di guarire dall’infezione respiratoria e quella del medico di ridurre il rischio di alimentare antibiotico-resistenza prescrivendo farmaci non necessari. L’idea è quella di valutare nel tempo l’andamento dell’infezione senza dover scegliere ai primi sintomi se ricorrere o meno all’antibiotico. Può darsi che ce ne sia bisogno e può darsi di no. Rimandare la decisione non mette in pericolo la salute delle persone. 

Uno studio pubblicato sul British Medical Journal ha dimostrato infatti che con la prescrizione in sospeso i pazienti non rischiano di stare peggio né di impiegare più tempo a guarire rispetto a chi inizia subito il trattamento antibiotico. Soprattutto nel caso di adulti (nei bambini i benefici del “just in case” ci sono ma sono meno evidenti). 

Mal di gola, sinusiti, tosse e otiti sono le condizioni che sollevano il dilemma: dare o non dare l’antibiotico? Spesso le infezioni sono di natura virale e i sintomi migliorano senza l’antibiotico. Ma l’abitudine dei medici di prescrivere gli antibiotici è dura a morire in molti Paesi del mondo, Italia in primis. 

La strategia del “just in case” potrebbe ridurre il consumo inutile di antibiotici senza costringere il medico a fare una scelta affrettata, che di solito si risolve a favore dell’antibiotico per timore di lasciare il paziente esposto ai rischi di complicanze. 

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Un team di scienziati internazionale ha analizzato i risultati di nove studi randomizzati e di quattro studi osservazionali che avevano coinvolto in tutto più di 55mila pazienti tra i 2 e i 51 anni di età. In queste indagini la prescrizione “in sospeso” veniva messa a confronto sia con la prescrizione immediata sia con nessuna prescrizione. I parametri scelti per valutare l’efficacia delle diverse strategie erano la durata e la gravità dei sintomi. 

I ricercatori non hanno trovato alcuna differenza nella gravità dei sintomi tra  chi aveva ricevuto subito l’antibiotico e chi invece era stato invitato a utilizzarlo “just in case”. Anche chi non riceve nessuna prescrizione di antibiotici, nella maggior parte dei casi, mostra sintomi comparabili a quelli di chi riceve la prescrizione ritardata. Il che dimostra che il più delle volte si potrebbe fare a meno dell’antibiotico. 

Piccole differenze si osservano invece nella durata dei sintomi. Con la prescrizione “just in case” la guarigione arriva in 11,4 giorni mentre con la prescrizione “pronta all’uso” ci si libera dai sintomi in 10,9 giorni.  

Non sono emerse differenze statisticamente significative nel numero dei ricoveri o nei decessi tra i tre gruppi in cui è stato diviso il campione (antibiotico subito, antibiotico rimandato, nessun antibiotico). 

Ma la strategia della prescrizione in sospeso piace di più ai pazienti rispetto alle scelte alternative, nessuna prescrizione o prescrizione immediata, e inoltre riduce il numero dei consulti successivi. 

«La prescrizione rimandata di antibiotici è una strategia sicura ed efficace per la maggior parte dei pazienti, compresi quelli nei sottogruppi a rischio più elevato. La prescrizione in sospeso è stata associata a una durata dei sintomi simile a quella dell'assenza di prescrizione di antibiotici ed è improbabile che porti a una gestione dei sintomi più scadente rispetto alla prescrizione immediata di antibiotici. La prescrizione ritardata potrebbe ridurre i tassi di nuovi consulti ed è improbabile che sia associata ad un aumento dei sintomi o della durata della malattia, tranne che nei bambini piccoli», concludono i ricercatori.