Trapianto di reni: un biomarcatore nel sangue prevede con largo anticipo il rischio di rigetto

La scoperta

Trapianto di reni: un biomarcatore nel sangue prevede con largo anticipo il rischio di rigetto

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Immagine: Kidney transplant surgery by Tareq Salahuddin
di redazione
Scienziati dell’Università di Pittsburgh hanno scoperto un biomarcatore in grado di individuare i pazienti a rischio di rigetto. Permettendo di intervenire con largo anticipo con i farmaci ad hoc per ripristinare l’equilibrio del sistema immunitario ed evitare i danni agli organi trapiantati

L’intervento è perfettamente riuscito. L’organo nuovo ha sostituito il vecchio e ha cominciato a svolgerne le funzioni. Purtroppo non basta per gridare al successo. Più di tutti gli altri interventi chirurgici la riuscita di un trapianto è sempre un’incognita a lungo termine. Perché c’è l’imprevedibile reazione del sistema immunitario con il rischio del rigetto  che impedisce sonni tranquilli ai medici e ai pazienti. 

Ora un gruppo di ricercatori della University of Pittsburgh School of Medicine ha scoperto un biomaractore nel sangue che può funzionare come campanello d’allarme nei trapianti di reni segnalando con largo anticipo i pazienti che rischiano il rigetto. E permettendo in questo modo di intervenire in tempo con la terapia farmacologica più indicata per evitare che l’evento si verifichi. 

I risultati dello studio sono stati pubblicati su Science Translational Medicine

«Non possiamo dire a priori se la risposta immunitaria di un paziente è eccessiva o insufficiente, non lo sappiamo fino a quando il rigetto o un'infezione non siano già iniziati. Volevamo trovare qualcosa che potesse indicarci se il determinato paziente è a rischio di rigetto nel futuro, in modo da poter cambiare i suoi immunosoppressori in anticipo prima che il sistema immunitario si metta in moto, prima che si producano cicatrici e danni cronici», ha affermato David Rothstein, a capo dello studio.

Il grande problema nei trapianti di reni è che il rigetto può avvenire anche dopo 10 anni dall’intervento. A quel punto l’organismo è diventato “ostile” verso qualunque “intruso” ed è difficile che un secondo trapianto vada a buon fine. Scongiurare il rigetto è perciò fondamentale.

I ricercatori hanno analizzato i campioni di sangue di più di 339 pazienti sottoposti a un trapianto d’organo tra il 2013 e il 2015, individuando un biomarcatore altamente predittivo. Le previsioni si sono infatti rivelate affidabili. 

Tra i pazienti identificati “ad alto rischio di rigetto”, il 91 per cento ha rigettato l'organo entro il primo anno, rispetto al 10 per cento dei pazienti giudicati “a basso rischio”. E i pazienti considerati ad alto rischio avevano una probabilità significativamente maggiore di rigettare  i reni trapiantati cinque anni dopo l'intervento. 

Il biomarcatore in questione è un indicatore del funzionamento delle cellule B regolatorie, un tipo di cellule immunitarie che accendono o spengono la risposta immunitaria. Finora non era stato trovato il modo di valutare il funzionamento delle cellule B per conoscere le “intenzioni” del sistema immunitario. I ricercatori americani hanno scoperto di poter ottenere questa informazione in maniera indiretta: le cellule B possono secernere due molecole, Interleuchina 10  e il fattore di necrosi tumorale (TNF), e il rapporto tra queste due molecole dà un’indicazione puntuale dell'attività delle cellule B regolatorie  arrivando così a prevedere se un paziente è ad alto o a basso rischio di rigetto.

L’indicazione del biomarcatore è preziosa perché l’equilibrio nel sistema immunitario può essere ripristinato con farmaci ad hoc e il rigetto può essere evitato.