Tumore del polmone: con l’immunoterapia pre-chirurgia si guarisce di più

ASCO 2022

Tumore del polmone: con l’immunoterapia pre-chirurgia si guarisce di più

di redazione

Nel tumore del polmone in stadio iniziale la somministrazione di immunoterapia più chemioterapia prima dell’intervento chirurgico può aumentare il numero delle guarigioni. Lo mostrano i dati aggiornati dello studio di fase 3 CheckMate-816, in cui l’associazione di nivolumab, molecola immunoncologica, e chemioterapia è stata somministrata a persone con tumore del polmone non a piccole cellule resecabile dallo stadio IB a IIIA. Nei pazienti che, dopo il trattamento con chemioimmunoterapia, ottengono la risposta patologica completa, cioè non presentano più segni di malattia, la riduzione del rischio di recidiva supera l’80%.

Non solo. Al Congresso della Società americana di oncologia clinica (ASCO), che si chiude il 6 giugno a Chicago, sono stati presentati anche i risultati a tre anni della duplice immunoterapia con nivolumab più ipilimumab, associata a cicli limitati di chemioterapia, cioè due invece dei “classici” quattro o sei, in prima linea nel tumore del polmone non a piccole cellule metastatico. Nello studio CheckMate -9LA, il 27% dei pazienti trattati con questo approccio è vivo a tre anni rispetto al 19% con la sola chemioterapia.

Nel 2020, in Italia, sono stati stimati circa 41 mila nuovi casi di cancro del polmone.

«Troppo spesso la malattia è scoperta in fase avanzata – sottolinea Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 all’Istituto tumori Regina Elena di Roma - e le diagnosi in stadio precoce, candidabili all’intervento chirurgico, non superano il 25%. I risultati dello studio CheckMate-816, che ha arruolato 358 pazienti, sono davvero significativi – assicura l'oncologo - e possono condurre a una modifica delle linee guida del trattamento in fase precoce. A oggi, l’intervento chirurgico è considerato l’unico strumento per ottenere la guarigione definitiva. Una percentuale compresa tra il 30% e il 55% dei pazienti però sviluppa recidiva dopo la chirurgia, confermando quindi una forte necessità di opzioni aggiuntive che interrompano questo ciclo».

Se nella neoplasia in fase precoce la guarigione costituisce un obiettivo reale, nella patologia metastatica le terapie mirano a migliorare la sopravvivenza a lungo termine e alla cronicizzazione. «A tre anni, è vivo il 27% dei pazienti trattati in prima linea con la duplice terapia immunoncologica, costituita da nivolumab più ipilimumab, in associazione con due cicli di chemioterapia, rispetto al 19% con la sola chemioterapia» osserva Filippo de Marinis, direttore della Divisione di Oncologia toracica dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano». I dati dello studio CheckMate -9LA, su più di 700 pazienti, si riferiscono anche a due sottogruppi tradizionalmente a prognosi sfavorevole, caratterizzati da bassa espressione del biomarcatore PD-L1 (inferiore all’1%) e dall’istologia squamosa». Nel primo caso, la sopravvivenza globale a 36 mesi ha raggiunto il 25% rispetto al 15% con la sola chemioterapia, nel secondo il 24% rispetto all’11%. Nello studio CheckMate -9LA, sono somministrati solo due cicli di chemioterapia, a distanza di 21 giorni. Il paziente in meno di un mese termina la chemioterapia e prosegue con la sola immunoterapia, con indubbi vantaggi nella tollerabilità delle cure e nella qualità di vita. «Inoltre – conclude de Marinis – in circa il 30% dei pazienti servono almeno 3-4 mesi perché l’immunoterapia diventi efficace. In questa fase di “attesa”, la malattia può progredire. Da qui la necessità di nuove opzioni in grado di migliorarne il controllo».