Tumori: la combinazione immuno-oncologica segna una nuova era

Medicina

Tumori: la combinazione immuno-oncologica segna una nuova era

di redazione

Nel melanoma la sopravvivenza raggiunge il 52% a cinque anni, il 60% a due anni e mezzo nel carcinoma a cellule renali e il 40% a due anni nel tumore del polmone non piccole cellule. Risultati che solo pochi anni fa sembravano miraggi. Oggi invece sono la testimonianza concreta dei risultati della ricerca scientifica. E della nuova era della lotta ai tumori, aperta con l'impiego congiunto di molecole immuno-terapiche.

«La scelta di combinare le due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, si sta rivelando vincente» conferma Paolo Ascierto, direttore Unità di Oncologia melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell’Istituto Pascale di Napoli, in occasione di un incontro sulla ”evoluzione” dell'immuno-oncologia che c'è stato venerdì 11 ottobre a Roma.

Ciascuna delle due molecole, spiega Ascierto, «sblocca un “freno” della risposta immunitaria: ipilimumab agisce sul recettore CTLA-4 e nivolumab su PD-1. Utilizzandole insieme, possiamo moltiplicare l’azione sul sistema immunitario perché vengono liberati due “freni” contemporaneamente. I risultati degli studi presentati al recente congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO) evidenziano quale è la strada da seguire. In particolare ipilimumab, stimolando tra l’altro le cellule T di memoria, contribuisce in maniera evidente ad aumentare il numero di pazienti che sopravvivono nel lungo termine. In definitiva, la combinazione nivolumab e ipilimumab è la strategia immuno-oncologica più potente e con effetti duraturi nel tempo».

Uno studio presentato all’ESMO ha confermato l’efficacia di nivolumab e ipilimumab nei pazienti con metastasi cerebrali, un sottogruppo a prognosi sfavorevole, in cui la sola monoterapia è insufficiente: la combinazione ha evidenziato un tasso di risposta obiettiva del 51% rispetto al 20% della monoterapia con nivolumab. Le metastasi cerebrali rappresentano la principale causa di morte delle persone con melanoma avanzato. «È necessario che la combinazione sia rimborsata anche in Italia – chiede Ascerto - come in altri Paesi europei, per offrire soprattutto a questi pazienti un’efficace alternativa terapeutica».

Il tumore del rene, in cui chemioterapia e radioterapia si sono dimostrate poco efficaci, «presenta basi immunologiche in parte simili e in parte diverse rispetto al melanoma» spiega dal canto suo Sergio Bracarda, direttore dell'Oncologia medica dell’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni. In Italia sono 12.600 i nuovi casi attesi nel 2019. Nei casi avanzati l’immuno-oncologia «ha rappresentato una svolta nel trattamento dei pazienti colpiti dalla malattia avanzata». E in uno studio presentato sempre al recente congresso dell'ESMO, la combinazione di nivolumab e ipilimumab ha evidenziato in prima linea, nei pazienti a prognosi intermedia o sfavorevole, «un netto miglioramento dei benefici clinici rispetto allo standard di cura, con una riduzione del rischio di morte del 34%».

La combinazione di terapie immuno-oncologiche si sta rivelando vincente anche nel tumore del polmone, uno dei più difficili da trattare. Come spiega Cesare Gridelli, direttore del Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda ospedaliera Moscati di Avellino, «sta dimostrando risultati importanti in prima linea, in pazienti che un tempo disponevano della chemioterapia come unica opzione». Il carcinoma del polmone non a piccole cellule è la terza neoplasia in cui la combinazione nivolumab e ipilimumab ha dimostrato un beneficio di sopravvivenza globale in uno studio di fase 3. Nello studio presentato all'ESMO, la combinazione di nivolumab più ipilimumab a basso dosaggio in prima linea nella malattia avanzata ha mostrato una sopravvivenza globale quasi raddoppiata: «Il 40% dei pazienti – osserva Federico Cappuzzo, direttore dell'Unità di Oncologia di Ravenna e del Dipartimento di Oncoematologia di Ausl Romagna - è vivo a due anni rispetto al 23% con la chemioterapia».

Alla luce delle terapie disponibili, «nella maggioranza dei pazienti con malattia avanzata, non trattabili in prima linea con terapie a bersaglio molecolare, attualmente solo il 30% potrebbe essere trattato con terapie chemo-free – conclude Gridelli - mentre la combinazione immunoterapica consentirebbe di estendere il trattamento chemo-free a una maggiore popolazione di pazienti. Il vantaggio dell’utilizzo dei farmaci immuno-oncologici è legato all’aumento, oltre che dell’efficacia, anche della tollerabilità rispetto alla chemioterapia».