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Il Convegno
Tumori del seno: i test genomici riscrivono i percorsi di cura
Redazione
Corpo

La medicina di precisione entra sempre più nella pratica clinica e cambia il percorso di cura dei pazienti, grazie anche all’arrivo di test innovativi, in grado di orientare il medico verso il trattamento più efficace per il singolo paziente. Un paradigma che si applica anche ai tumori del seno. 

Dei circa 56 mila nuovi casi che si registrano ogni anno in Italia, il 65-75% sono definiti “ormono-responsivi”: le cellule tumorali, cioè, espongono i recettori per gli estrogeni, che rappresentano un importante bersaglio terapeutico. Per queste pazienti, una delle novità più importanti degli ultimi vent’anni in termini di medicina di precisione, è rappresentata appunto dall’arrivo dei test genomici, che aiutano a personalizzare il loro percorso di cura dopo l’intervento chirurgico. Non tutte avranno infatti bisogno della chemioterapia; molte possono essere trattate in sicurezza con la sola ormonoterapia. Dell'argomento si è parlato in un convegno organizzato mercoledì 26 novembre al Policlinico Gemelli di Roma.

«Nelle pazienti che mostrano una forma aggressiva di tumore, il trattamento più idoneo, dopo l’intervento chirurgico è la chemioterapia – spiega Alessandra Fabi, docente all’Università Cattolica di Roma e responsabile della Medicina di Precisione in senologia del Gemelli. «Al contrario, in quelle con le forme a bassa aggressività – prosegue Fabi - si può procedere solo con l’ormonoterapia. Tra queste due categorie di pazienti, ce n’è una terza, che può avvantaggiarsi del test Oncotype; si tratta di donne con un tumore invasivo in stadio precoce, ormono-sensibile ed HER2 negativo, senza coinvolgimento dei linfonodi o al massimo con fino a tre linfonodi interessati. In queste donne, il test genomico aiuta il medico a valutare il rischio di recidiva e a guidare la scelta terapeutica tra la semplice ormono-terapia o la chemioterapia seguita dall’ormono-terapia». L’applicazione del test Oncotype, precisa l'oncologa, «ha consentito di ridurre del 48% il ricorso alla chemioterapia in questo gruppo di pazienti, cioè di risparmiarla a circa 6 mila pazienti l’anno; si tratta di due pazienti su tre in postmenopausa con neoplasia della mammella operata e di una su tre tra quelle in pre-menopausa. Poter evitare la chemioterapia significa ridurre la tossicità dei trattamenti, migliorare la qualità di vita delle pazienti, senza pregiudicare la loro efficacia; ma anche ridurre costi diretti e indiretti del Servizio sanitario nazionale. Abbiamo calcolato che il test andrebbe offerto ogni anno a circa 13 mila pazienti che rispondono alle caratteristiche di eleggibilità».

In Italia nel 2020 è stato creato un fondo speciale di 20 milioni di euro per poter offrire questo test a circa 10 mila pazienti l’anno. Alcune Regioni come Lazio, Lombardia e Campania hanno utilizzato il test disponibile, ma in altre Regioni l’utilizzo del test è rimasto solo marginale.

«Il nostro augurio – interviene Gianluca Franceschini, direttore dell'Unità di Chirurgia senologica e del Centro integrato di Senologia del Gemelli IRCCS - è che Oncotype Dx possa essere inserito presto nei Lea per garantirne l’utilizzo anche in futuro in tutto il territorio nazionale». 

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