L’attività fisica fa sempre bene? Ecco i falsi miti della cardiologia

Il congresso

L’attività fisica fa sempre bene? Ecco i falsi miti della cardiologia

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Immagini: Mostafameraji, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione

Chi lo ha detto che passate le 12 ore dall’infarto sia sostanzialmente inutile fare l’angioplastica? E che l’attività fisica faccia sempre bene?

Sono due dei falsi miti della cardiologia presentati nel corso della XXXVIII edizione del congresso “Conoscere e Curare il Cuore”, organizzata dalla Fondazione “Centro Lotta contro l’Infarto” dal 7 all’10 ottobre 2021 a Firenze. 

Molti i temi al centro del congresso. Per esempio il legame tra fattori di rischio cardiovascolari e declino cognitivo. Prima, tra tutti i fattori di rischio, è l’ipertensione la cui presenza nell’età giovane-adulta è legata a un aumento del rischio di demenza nell’età avanzata del 60 per cento. Anche il diabete di tipo 2 è associato ad un significativo aumento del rischio di demenza, così come il sovrappeso e l’obesità. Per non parlare poi del fumo. Negli ultimi anni, poi, è forte l’interesse della ricerca all’ipotesi che i disturbi del sonno possano condizionare un aumentato rischio di sviluppare sia eventi cardiovascolari che demenza.

Sempre maggiore importanza, poi, tra i fattori di rischio cardiovascolare sembra svolgere la genetica.

«Negli ultimi anni, infatti, la genetica si è proposta come soluzione più precisa nel definire il rischio di sviluppare aterosclerosi o eventi infartuali», dice Francesco Prati, presidente della Fondazione Centro per la Lotta contro l’Infarto. «Si è insistito sulla ricerca di portatori di rare mutazioni monogeniche, che comportavano un rischio di gran lunga aumentato di sviluppare malattia coronarica. Tuttavia il rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare va considerato poligenico e va pertanto messo in relazione a più mutazioni del genoma, che insieme possono identificare una fetta della popolazione a rischio di eventi cardiaci. A partire dal 2007, sono stati individuati oltre 50 loci tra di loro indipendenti che si associavano alla possibilità di sviluppare malattia coronarica. Questi alleli, quando aggregati in uno score del rischio poligenico, sono in grado di predire la presenza di aterosclerosi e conseguentemente la possibilità che si verifichino eventi coronarici. Il rischio poligenico per l’identificazione della malattia coronarica è ora una realtà. Recenti studi hanno quantificato il rischio poligenico in oltre 50.000 soggetti. Il rischio di sviluppare eventi cardiovascolari aumentava del 91% nei soggetti che appartenevano al quintile più alto, rispetto a coloro che facevano parte del quintile più basso. Lo stile di vita aveva tuttavia un ruolo importante, essendo in grado di modificare il rischio genetico. Ad esempio nel sottogruppo con il rischio genetico più alto, uno stile di vita corretto si associava a una riduzione del rischio relativo di eventi coronarici del 46%.

Il congresso è stato inoltre l’occasione per fare chiarezza su alcuni “falsi miti” della cardiologia. Per esempio l’opportunità dell’angioplastica primaria tardiva (oltre le 12 ore) nei pazienti che hanno subito un infarto. Infatti, mentre l’ipotesi dell’arteria aperta “precocemente” è stata da sempre confermata, quella dell’arteria aperta “tardiva” (cioè, la riperfusione di un’arteria occlusa correlata all’infarto in un momento troppo tardivo per il salvataggio miocardico e in pazienti senza sintomi in atto) è rimasta controversa per anni. Tuttavia, la ricerca negli ultimi anni ha fornito importanti indicazioni che, sostanzialmente, fanno optare per l’intervento anche oltre il tempo massimo, almeno nella finestra compresa tra le 12 e le 72 ore dopo l’infarto. L’intervento ritardatario offre benefici inferiori rispetto a quello eseguito entro le 12 ore, ma che non sono comunque irrilevanti.

Altro “falso mito” presentato nel congresso è quello dell’attività fisica. È un fattore protettivo per le malattie cardiovascolari, il diabete, il cancro e comunque è fondamentale per mantenere il benessere generale. Tuttavia, esiste un contrasto tra gli effetti sulla salute della attività fisica nel tempo libero rispetto a quella in ambito lavorativo. In particolare, mentre una attività fisica anche di elevata intensità nel tempo libero è stata associata a risultati positivi sulla salute, per l’attività fisica in ambito lavorativo sono state documentate conseguenze sfavorevoli per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, le assenze per malattia in generale e la mortalità complessiva.