Chi dorme poco a 50 anni corre un rischio maggiore di sviluppare demenza a 70

Il legame

Chi dorme poco a 50 anni corre un rischio maggiore di sviluppare demenza a 70

Uno studio su 8mila persone seguite per 25 anni a partire dal cinquantesimo compleanno suggerisce che dormire poco aumenta del 30% il rischio di sviluppare demenza dopi i 70 anni. Il perché non è chiaro. Le ipotesi in campo sono diverse e nessuna da escludere

di redazione

Esiste una relazione accertata tra il sonno e la demenza. Le persone affette da declino cognitivo dormono poco. Ma è rimasto finora un dubbio: la carenza di sonno favorisce la demenza o la demenza induce a dormire meno? Ora uno studio inglese contribuisce a chiarire il dilemma dell’uovo e della gallina suggerendo la fondatezza della prima ipotesi: le persone di circa 50 anni che dormono poco, meno di 6 ore per notte, hanno una probabilità del 30 per cento maggiore di sviluppare forme di demenza più avanti negli anni rispetto a chi ha un sonno regolare di 7-8 ore per notte.  

Lo studio pubblicato su Nature ha seguito 8mila persone per circa 25 anni a partire dal 50esimo compleanno. Questa volta non dovrebbero esserci dubbi sulla causa e sull’effetto, su cosa viene prima e cosa dopo. È altamente improbabile infatti che la carenza di sonno di un 50enne perfettamente sano sia dovuta ai primi sintomi di una condizione patologica che si manifesterà 20-30 anni più tardi. 

I partecipanti allo studio avevano compilato questionari sulle condizioni di salute e sulle abitudini del sonno in sei diversi momenti tra il 1985 e il 2016. Alla fine dello studio 521 persone avevano ricevuto una diagnosi di demenza all’età media di 77 anni. 

Escludendo tutti gli altri fattori di rischio che avrebbero potuto contribuire all’insorgere del declino cognitivo, come consumo di alcol, fumo, indice di massa corporea, livello di istruzione, ipertensione, diabete o depressione…, i ricercatori hanno trovato una forte associazione tra carenza di sonno e demenza. L’associazione persiste indipendentemente dall’assunzione di farmaci per favorire il sonno e indipendentemente dalla presenza della mutazione genetica Apoe4 che predispone all’Alzheimer. 

Lo studio tuttavia possiede delle limitazioni. La durata del sonno all’inizio dell’indagine è stata comunicata dagli stessi partecipanti con auto-dichiarazioni che potrebbero non essere del tutto affidabili. Per avere dati più oggettivi da un certo punto in poi, 4mila volontari sono stati sottoposti a un monitoraggio del sonno attraverso apparecchiature specifiche. I risultati dei test erano in effetti compatibili con le dichiarazioni autonome. Ma in quel momento i partecipanti avevano in media 69 anni e l’andamento del sonno avrebbe potuto già essere influenzato dalle prime manifestazioni della demenza. 

Certamente chi soffre di insonnia adesso avrà qualcosa in più di cui preoccuparsi che contribuirà a rovinargli ulteriormente il sonno. Ma potrebbe rincuorarsi sapendo che anche chi dorme troppo è più esposto al rischio di sviluppare demenza. 

Le ragioni per cui il sonno incida sulla salute del cervello non sono chiare. Si ipotizza, per esempio, che chi rimane sveglio più a lungo mantenga in attività più neuroni aumentando la produzione di amiloide, la proteina che si accumula nel cervello dei pazienti con Alzheimer. Un’altra teoria suggerisce la possibilità che durante il sonno il cervello venga ripulito dalle proteine in eccesso e che questo processo sia particolarmente efficace in alcune fasi del sonno profondo. Non è da escludere anche un effetto indiretto della carenza di sonno: chi dorme poco generalmente mangia male e fa poca attività fisica, due fattori di rischio accertati per la demenza. 

Potrebbe anche darsi che la relazione tra insonnia e declino cognitivo scateni un circolo vizioso: l’insonnia favorisce la demenza  che poi a sua volta influisce negativamente sul sonno.  

C’è infine l’ipotesi genetica secondo la quale le persone che soffrono di insonnia e quelle che sviluppano la demenza avrebbero un profilo genetico simile. È ancora più difficile individuare una spiegazione per l’associazione tra una lunga durata del sonno e l’aumento del rischio di demenza.