I cardiopatici non devono rinunciare alla montagna. È arrivato il momento di rompere il tabù che ha sempre imposto a chi soffre di cuore di tenersi lontano dalle alte quote. Lo afferma il Centro Cardiologico Monzino sostenendo che è possibile prevedere per ciascuno gli eventuali rischi per il cuore stimando con precisione gli effetti dell’altitudine sul sistema cardiocircolatorio, garantendo così una "salita in sicurezza".
«Valutando le condizioni specifiche di ciascuno - dichiara Piergiuseppe Agostoni, coordinatore dell’Area di Cardiologia Critica del Centro Cardiologico Monzino - attualmente possiamo essere molto precisi nello stabilire se una persona può raggiungere l’alta quota, quale tempo di acclimatamento deve rispettare, fino a quali altezze può spingersi, quali farmaci eventualmente deve assumere per stare meglio. Oppure, se già assume una terapia stabiliamo come dobbiamo modificarla ed eventualmente rafforzarla».
Se per chi soffre di malattie respiratorie croniche, ad esempio bronchiti o malattie ostruttive croniche, la montagna resta vietata, non è così per il cardiopatico. «Ogni caso è diverso dall’altro - osserva Agostoni - e deve essere valutato nella sua specificità. Due accorgimenti validi sempre però ci sono: sottoporsi a uno sforzo graduale e salire piano».
Il Centro Cardiologico Monzino ha un particolare focus di ricerca orientato allo studio del comportamento dell’organismo in montagna, anche sotto sforzo e durante attività fisica. Ha partecipato a progetti scientifici internazionali sul Monte Rosa, sulle Ande, al campo base dell’Everest soggiornandoci per quattro settimane analizzando in particolare come, in carenza di ossigeno, cambia il modo di respirare e l’attività del sistema cardiovascolare. Attualmente sono allo studio avanzati sistemi di monitoraggio di attività cardiaca e respiratoria nell’arco di più giorni, con dispositivi indossabili.
