Hiv: praticamente azzerato il rischio infezioni da trasfusione. Abbattuto anche quello di epatite

Centro nazionale sangue

Hiv: praticamente azzerato il rischio infezioni da trasfusione. Abbattuto anche quello di epatite

di redazione

Contrarre un’infezione da Hiv con una trasfusione di sangue in Italia è una possibilità remota, di molto inferiore a quella di rimanere coinvolti in un incidente aereo. Lo stesso vale per l'epatite. Tutto grazie ai nuovi test, sempre più sensibili, e alle altre misure adottate per garantire la sicurezza.

A dimostrarlo è uno studio coordinato dal Centro nazionale sangue e diffuso in occasione della Giornata mondiale contro l'Aids dell'1 dicembre, secondo cui le probabilità di infezione da Hiv sono comprese tra una su due milioni e una su 45 milioni, a seconda del metodo di calcolo usato.

«In ambito scientifico una probabilità inferiore a uno su un milione viene considerata trascurabile - sottolinea Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Cns - e i dati sono confermati dal fatto che dal 1995 non registriamo infezioni trasmesse da trasfusioni. I test a cui viene sottoposto il sangue donato, che non può essere utilizzato prima dell’esito negativo, sono uno dei pilastri che garantiscono la sicurezza, insieme al questionario e al colloquio con il medico, che riducono la possibilità che doni una persona che potrebbe aver avuto un comportamento a rischio, ma la prima garanzia viene dalla scelta etica di utilizzare sangue proveniente solo da donazioni volontarie, anonime, periodiche e non remunerate».

Per il rapporto, realizzato con esperti dell'istituto superiore di sanità e dal Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università di Milano, sono stati usati i dati sui donatori positivi ai test per Hiv ed epatite B e C che vengono effettuati sul sangue a ogni donazione, raccolti tra il 2009 e il 2018.

I test che si basano su tecniche di biologia molecolare (NAT test) introdotti nello screening dei donatori negli ultimi anni, sottolinea il rapporto, hanno permesso di ridurre il cosiddetto “periodo finestra” in cui il virus, pur presente nell’organismo, non veniva trovato con i comuni test, che si è notevolmente ridotto. Questo ha permesso di intercettare anche alcuni donatori positivi “sfuggiti” alle maglie del colloquio preliminare.

Nel confrontare i dati italiani con quelli internazionali «il risultato è lusinghiero per la realtà italiana» assicura Claudio Velati, past president della Società italiana di medicina irasfusionale e immunoematologia (Simti).

La sicurezza del sangue. La prima garanzia della sicurezza del sangue, in Italia, deriva dalla scelta di rendere la donazione un atto volontario, gratuito e anonimo e che la stragrande maggioranza dei donatori compie con periodicità, un altro pilastro della sicurezza. Non donando “per qualcuno” in particolare e non essendoci nessuna forma di ricompensa, si evita che si presentino a donare persone con motivazioni diverse dall’altruismo. Prima della donazione si deve poi compilare un questionario, contenente domande volte ad approfondire eventuali comportamenti a rischio del donatore, malattie pregresse e terapie in corso, e sottoporsi a visita con il medico esperto nella selezione dei donatori di sangue. L’esito della compilazione del questionario e della visita determineranno l’idoneità o meno del donatore. Tutte le sacche di sangue donato vengono poi sottoposte ai test per la ricerca dei virus Hbv, Hcv, Hiv e del Treponema responsabile della sifilide. In particolari periodi dell’anno, a questi test possono aggiungersi ulteriori analisi per la ricerca di altri virus come il West Nile Virus. Le donazioni vengono utilizzate solo se gli esiti dei test effettuati risultano tutti negativi.