Nessuna paura dello screening per il cancro del polmone

L'indagine

Nessuna paura dello screening per il cancro del polmone

Smoking_in_Iran_04.jpg

Immagine: Mostafameraji, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione
Anche tra i fumatori più attenti alla prevenzione, fa fatica a maturare la consapevolezza che la diagnosi precoce aumenta le probabilità di guarigione e allunga la sopravvivenza di chi ha un tumore al polmone. Così molti nutrono ancora dubbi sullo screening

È il tumore che causa più decessi in Italia: circa 35 mila l’anno. È il terzo più diffuso, dopo quello della mammella e del colon-retto. E, esattamente come queste due neoplasie, il tumore del polmone può essere colto negli stadi iniziali, quando ci sono più opzioni terapeutiche e in molti casi si può completamente guarire. Da circa 20 anni si studia infatti la possibilità di applicare una strategia di screening a questo tumore: la TAC torace a bassa dose di radiazioni. Dopo qualche perplessità iniziale, la ricerca ha dimostrato che questo approccio, se impiegato nelle persone giusto, è in grado di fare la differenza e trasformare un tumore che, se lasciato correre, lascia pochissime chance di sopravvivenza, in una neoplasia dalla quale fino a tre quarti dei pazienti può guarire conservando un’ottima qualità di vita. 

Dallo scorso anno in Italia è disponibile un programma del ministero della Salute che sta verificando la fattibilità di uno screening nelle persone ad alto rischio: quelle di età compresa tra i 55 e i 75 anni, che fumano (o hanno fumato fino a meno di 15 anni or sono) almeno 20 sigarette al giorno per 30 anni. Si chiama Risp, Rete Italiana Screening Polmonare, e finora è stato un successo. Ha sottoposto a screening quasi 10 mila italiani. Si spera che venga confermato e nei prossimi tre anni possa essere esteso a 150 mila italiani, contribuendo a cambiare il profilo di un tumore che oggi, in Italia, in quasi l’80% dei casi viene diagnosticato in fase avanzata. 

Un tumore che fa paura

C’è qualcosa che però frena la diagnosi precoce del tumore al polmone in Italia. Più che aspetti organizzativi ha a che vedere con la percezione che i cittadini hanno di questo tumore. 

È una tendenza che un’indagine condotta da IQVIA per Roche Italia ha rilevato nella fascia della popolazione più a rischio per questo tumore: i fumatori. 

«Abbiamo scoperto che c’è un 25% della popolazione che fuma ma è aperto alla prevenzione. Il 42% dice di prendersi cura di sé, di prevenire e fare controlli costanti», dice Daniele Esposito, ricercatore senior di IQVIA. Nonostante ciò permangono dubbi sullo screening. «Abbiamo scoperto che rispetto allo screening ci sono tante paure legate all’immaginario del tumore al polmone che è visto ancora come una malattia incurabile, una condanna a morte. E poi quelle legate alla riprovazione sociale che i fumatori sentono su di sé per il fatto di fumare e di esporsi a un rischio», aggiunge. 

Ad analizzare le risposte dei fumatori emerge che, nei confronti dello screening ci sono tre tipi di barriere. Barriere informative perché non si sa che esiste la possibilità di diagnosi precoce e come funziona; barriere di accesso, poiché non si sa quali sono le modalità di prenotazione, né i costi e si ha paura che il servizio sanitario non sia in grado di garantire una adeguata presa in carico dopo la diagnosi. Soprattutto, però, ci sono barriere di tipo psicologico ed emozionale: si ha così paura del tumore del polmone che a volte si pensa che sia meglio non sapere». 

Un tumore che non è più incurabile

In realtà, spiega Giulia Veronesi, direttrice del Programma di Chirurgia Robotica Toracica presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele, lo screening sta cambiando il paradigma di questa neoplasia, rovesciando quello che è il trend storico legato alle diagnosi, con circa un 70-80% di diagnosi in fase avanzata di malattia, quando le opzioni terapeutiche sono limitate, e solo il 20-30% in fase precoce. 

«Il tumore del polmone è la prima causa di morte oncologica nei Paesi occidentali, ma oggi esiste una procedura per identificarlo nelle fasi iniziali, quando le cure sono ancora efficaci e poco invasive. Si tratta dello screening con la Tac a basso dosaggio, che noi studiamo da 20 anni e oggi è validato», dice Veronesi. «Il tumore del polmone non deve più far paura, perché è una malattia curabile quando è allo stadio iniziale. E curabile con procedure chirurgiche anche poco invasive», aggiunge. Le indicazioni che vengono da più di due decenni di ricerca è che «i soggetti che fumano o hanno fumato per più di 20 anni eseguano una semplice Tac ogni anno, o ogni 2 anni se non ci sono noduli polmonari. A questo possiamo associare tutti gli aiuti possibili per ridurre il fumo e l’esposizione ai cancerogeni», prosegue. Con questo intervento, «la prospettiva è di avere una malattia curabile, in cui la possibilità di guarigione passa dal 20-25% attuale a un 70-80% nei caso di diagnosi precoce», conclude Veronesi. 

Prevenzione su misura

È una trasformazione epocale. Non solo per i risultati in favore dei malati, ma anche per un nuovo modo di avvicinarsi alla prevenzione. «Da anni parliamo di ‘Medicina di precisione’, ma dovremmo cominciare a parlare anche di ‘Prevenzione di precisione’. I messaggi devono essere veicolati nel modo giusto come canali e come contenuti e customizzati sulle  fasce di popolazione con cui stiamo parlando», dice Silvia Novello professoressa ordinaria di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e presidente di WALCE Onlus. «L’indagine mostra che c’è una fetta della popolazione che ha paura o non è ancora convita dei programmi di screening. Tuttavia, dall’altro la abbiamo Risp, un programma che per la prima volta mette insieme la prevenzione secondaria con la low dose CT scan e la prevenzione primaria, quindi programmi di disassuefazione dal fumo. In poco più di un anno sono state eseguite più di 9.000 Tac, quindi l’aderenza è molto alta», aggiunge Novello. I due dati ci dicono che «dovremo intervenire su alcune fasce della popolazione dove il messaggio non è ancora arrivato, ma il Risp dimostra che i programmi di screening in Italia possono essere condotti», conclude Novello. 

L'impegno di Roche

«Grazie ad investimenti significativi in ricerca, Roche può mettere a disposizione dei pazienti affetti da tumore al polmone trattamenti immunoterapici e a bersaglio molecolare in grado di agire in fase precoce e di ambire alla cura. In questa prospettiva l’accesso allo screening e alla diagnosi precoce sono ancora più un atto di responsabilità prioritario», dice Amelia Parente, Rare Disease, Government Affairs and Transformation Head Roche Italia. «Rinnovando la nostra volontà di essere un partner di valore per il Sistema Salute, desideriamo collaborare con tutti gli attori della salute, perché si realizzi l'obiettivo comune di migliorare la diagnosi, il trattamento e la presa in carico dei pazienti».