Addio cicatrici. Un vecchio farmaco per gli occhi potrebbe rigenerare la pelle lesionata senza lasciare alcun segno

La scoperta

Addio cicatrici. Un vecchio farmaco per gli occhi potrebbe rigenerare la pelle lesionata senza lasciare alcun segno

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Immagine: Pavel Ševela, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
Due ricercatori di Stanford hanno scoperto che la verteporfina, un farmaco per la degenerazione maculare, rigenera la pelle lesionata senza lasciare alcun segno della ferita. Come primo impiego hanno pensato ai bambini con lebbro leporino. Gli esperimenti condotti su animali sono promettenti

Addio cicatrici. Il bisturi passa e non lascia traccia, l’ustione guarisce senza segni, il ricordo della ferita scompare dalla pelle. Tutto ciò grazie alla verteporfina un farmaco in commercio da vent’anni usato per via endovenosa per il trattamento della degenerazione maculare. Almeno questo è stato l’unico suo impiego finora. Adesso si scopre che potrebbe fare molto di più: guarire le ferite senza lasciare segni sulla pelle. 

Lo hanno annunciato con uno studio su Science due ricercatori della Stanford University che dopo avere individuato il processo molecolare alla base delle cicatrici hanno trovato il modo di bloccarlo. Per ora la rivoluzionaria terapia delle ferite è stata testata sui topi con risultati promettenti ed è in partenza una sperimentazione sui maiali, animali con un tessuto epidermico più simile a quello umano. Nei topi trattati con verteporfina la pelle lesionata torna perfettamente normale, indistinguibile da quella circostante. Non è neanche minimamente più rossa, più gonfia o più spessa rispetto a prima. 

Dopo avere effettuato sulle cavie un’incisione larga quanto un pollice e lunga 12 centimetri, i ricercatori hanno iniettato il farmaco sui lembi della ferita e dopo 30 giorni hanno constato la completa rigenerazione della pelle. La terapia non ha lasciato alcuna traccia del trauma. 

I ricercatori vorrebbero che i primi a poter beneficiare della loro scoperta fossero i bambini affetti da malformazioni della bocca, come labbro leporino o palatoschisi. Per correggere questi difetti si ricorre al bisturi e, per quanto la chirurgia estetica abbia fatto enormi progressi, la cicatrice successiva all’intervento richiede cure e attenzioni per un lungo periodo di tempo. Michael Longaker e Geoffrey Gurtner, i due chirurghi di Stanford autori dello studio, sperano di ottenere il permesso dalla Food and Drug Administration di poter valutare la sicurezza e l’efficacia del farmaco sui bambini entro la fine dell’anno. La richiesta è legittima dato che il prodotto, in uso da decenni, ha già ampiamente dimostrato di essere sicuro sugli esseri umani. Anzi, in realtà basterebbe una concessione di utilizzo “off label” per permettere ai medici di usare la verteporfina nel nuovo ambito terapeutico. In questo modo si accorcerebbero i tempi, ma gli scienziati preferiscono seguire l’iter più lungo ma più rassicurante. «Ovviamente vogliamo aiutare i pazienti il prima possibile.  Ma dobbiamo assicurarci che questo farmaco sia testato in modo da garantire sicurezza ed efficacia», ha dichiarato Longaker al New York Times

In attesa dell’autorizzazione l’Università di Stanford ha già depositato il brevetto per l’uso della verteporfina nel trattamento delle ferite. 

Non è difficile immaginare i vantaggi della chirurgia “senza traccia”. 

La lista delle possibili applicazioni è lunga: dagli incidenti, alle operazioni chirurgiche non in endoscopia, alle ustioni, alle ulcere del piede diabetico, alla piaghe da decubito. 

I ricercatori sono arrivati alle loro conclusioni dopo aver ricostruito il meccanismo biologico alla base delle cicatrici. Tutto inizia dalla tensione meccanica generata dalla ferita nella pelle che normalmente è tesa. Questa tensione è il segnale che invita i fibroblasti a produrre collagene dando il via a una catena di eventi molecolari che  terminano con l’attivazione della proteina Yap. Questa proteina si lega infine al Dna e avvia la cicatrizzazione. Secondo gli scienziati, l’intervento della proteina Yap è allo stesso tempo il punto di forza e il tallone d’Achille del processo. Perché permette alla ferita di rimarginarsi lasciando però un segno sulla pelle. Se, l’intervento della proteina Yap venisse anticipato dalla verteporfina iniettata sui lembi, il processo di guarigione avverrebbe senza lasciare alcuna traccia.