Beta talassemia. Addio trasfusioni grazie alla terapia genica

La sperimentazione

Beta talassemia. Addio trasfusioni grazie alla terapia genica

Una sperimentazione clinica condotta interamente in Italia su 9 pazienti ha confermato che l’inserimento di una copia corretta del gene della beta-globina è in grado di ridurre la necessità di trasfusioni

di redazione

Questa volta il traguardo sembra veramente a un passo. Una piccola sperimentazione condotta completamente in Italia ha dimostrato che la terapia genica, cioè una strategia terapeutica che consente di correggere il difetto alla base della malattia, è in grado di curare efficacemente la beta talassemia. E che questa strategia è tanto più efficace quanto più precoce è l’intervento. 

La ricerca, illustrata sulla rivista Nature Medicine, è stata condotta da ricercatori dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica di Milano in collaborazione con l’Unità Operativa di Immunoematologia Pediatrica e quella di Ematologia e Trapianto di Midollo dell’Ospedale San Raffale e del Centro malattie rare del Policlinico di Milano. Sono stati inoltre coinvolti altri centri italiani esperti di talassemia e associazioni dei pazienti.

Un gene 300 mutazioni

La beta talassemia è una malattia genetica del sangue causata da una mutazioni a carico del gene che codifica per la beta-globina è una componente importante dell’emoglobina, una proteina fondamentale per il funzionamento dei globuli rossi e in particolare per il trasporto dell’ossigeno. Esistono oltre 300 mutazioni note di questo gene, che possono dare origine a forme di beta talassemia di diversa gravità. 

Le mutazioni più gravi causano una quasi totale assenza della proteina nel sangue dei pazienti, che per sopravvivere devono ricorrere a frequenti trasfusioni, con una riduzione drammatica della qualità della vita, o al trapianto di midollo osseo da donatore.

La sperimentazione

Lo studio ha coinvolto 9 persone di età diversa (3 adulti sopra i trent’anni, 3 adolescenti e 3 bambini sotto i sei anni di età) tutti con forme di beta talassemia gravi da renderli dipendenti dalle trasfusioni. 

I ricercatori hanno utilizzato una tecnica di terapia genica simile a quella già impiegata all’SR-Tiget per altre malattie rare del sangue, come ADA-SCID (il cui trattamento è diventato il primo farmaco salva-vita di terapia genica approvato al mondo), la leucodistrofia metacromatica (MLD) e la sindrome di Wiskott-Aldrich (WAS).

Il protocollo prevede innanzitutto la raccolta delle cellule staminali dal sangue periferico dei pazienti. Per ristabilire il corretto funzionamento di queste cellule e dei globuli rossi in cui possono differenziarsi, i ricercatori hanno quindi inserito al loro interno una copia funzionante del gene della beta-globina, utilizzando un cosiddetto vettore lentivirale: virus della stessa famiglia dell’HIV, svuotato del suo contenuto infettivo e trasformato in un mezzo di trasporto per la terapia. Infine le cellule staminali corrette sono state re-infuse nei pazienti direttamente nelle ossa, così da favorire il loro attecchimento nel midollo osseo.

Un trattamento sicuro ed efficace

A distanza di oltre un anno dal trattamento (i pazienti adulti sono stati trattati per primi, ormai quasi 3 anni fa) la terapia è risultata sicura ed efficace: in 3 dei 4 pazienti più giovani con un follow-up sufficiente per la valutazione si è raggiunta la totale indipendenza dalle trasfusioni di sangue, mentre nei tre pazienti adulti si è ottenuta una significativa riduzione della loro frequenza. Solo uno dei bambini trattati non ha riportato effetti positivi sul decorso della malattia e i ricercatori stanno ora cercando di capirne il motivo.

«È la prima volta che la terapia genica per la beta talassemia viene utilizzata in pazienti pediatrici. I risultati raccolti fino ad ora dimostrano non solo la sua sicurezza in questo contesto, ma anche la sua maggiore efficacia», spiega la coordinatrice dello studio, Giuliana Ferrari, docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele. «Dal momento che la malattia compromette in modo progressivo l’integrità del midollo osseo, intervenire in giovane età permette di ottenere risultati migliori». 

Oltre al fattore età, un altro elemento chiave è l’efficienza del “trasferimento genico”, cioè la capacità dei vettori virali di inserire con successo nelle cellule dei pazienti il gene terapeutico. «In patologie complesse come la beta talassemia può giocare un ruolo importante, ecco perché la messa a punto di protocolli innovativi, capaci di massimizzare l’efficacia dei vettori, è una delle nostre priorità», conclude Ferrari.