Covid-19, contrordine: gli anticorpi ci sono, durano a lungo e proteggono da nuove infezioni. Ma non vuol dire che sia possibile l’immunità di gregge

La questione aperta

Covid-19, contrordine: gli anticorpi ci sono, durano a lungo e proteggono da nuove infezioni. Ma non vuol dire che sia possibile l’immunità di gregge

A distanza di un giorno due studi sembrano contraddirsi. Il primo diceva che gli anticorpi durano poco, il secondo dice che durano a lungo e proteggono da nuove infezioni. In realtà le differenze sono più sfumate di quel che sembra. E in ogni caso l’immunità di gregge non viene rivalutata

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Immagine: Maximiliaan Ronaldszoon, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

Gli anticorpi svaniscono in tre mesi. Contrordine: gli anticorpi rimangano per almeno cinque mesi e proteggono contro nuove infezioni. La scienza sembra avere un problema sull’immunità a Covid-19. Ma forse il problema è solo apparente. Ieri avevamo riportato i risultati di uno studio inglese che dimostravano un consistente calo della risposta immunitaria in 90 giorni. Oggi  riportiamo i dati di una ricerca americana che sembrano andare nella direzione opposta: il 90 per cento degli infettati produce anticorpi rilevabili che rimangono relativamente stabili per diversi mesi, almeno cinque, e sono in grado di neutralizzare il virus. 

«Mentre alcuni studi hanno riportato che gli anticorpi contro il virus scompaiono rapidamente, noi abbiamo scoperto esattamente l'opposto: che più del 90 per cento delle persone che sono state lievemente o moderatamente malate produce una risposta anticorpale abbastanza forte da neutralizzare il virus, e la risposta viene mantenuta per molti mesi. Scoprire la robustezza della risposta anticorpale a SARS-CoV-2, compresi la sua longevità e gli effetti neutralizzanti, è di fondamentale importanza per consentirci di monitorare efficacemente la sieroprevalenza nelle comunità e per determinare la durata e i livelli di anticorpi che ci proteggono dalla reinfezione. Questo è essenziale per lo sviluppo di un vaccino efficace», ha dichiarato Florian Krammer, della Icahn School of Medicine di Mount Sinai a New York e autore senior dello studio. 

Gli scienziati non hanno ancora la prova certa che la risposta anticorpale protegga dalla reinfezione, ma lo ritengono molto probabile. 

Come è possibile che due indagini condotte entrambe da istituzioni scientifiche autorevoli diano risultati tanto diversi? 

In parte, potrebbe dipendere dai diversi test utilizzati per la ricerca degli anticorpi. 

Lo studio inglese è ricorso a un tipo di esame chiamato Lateral Flow Immunoassays (LFIA), mentre i ricercatori di Mount Sinai hanno usato un test messo a punto nelle stessa università basato sul sistema Enzyme-linked immunosorbent assay (ELISA). Senza entrare nei dettagli del loro funzionamento, ci basta sapere che il test ELISA ha una sensibilità superiore rispetto al test LFIA, in particolare nella individuazione delle IgG, gli anticorpi della memoria immunitaria. Può darsi quindi che il test usato dai ricercatori americani abbia permesso di riconoscere un maggior numero di persone positive agli anticorpi rispetto al test inglese. 

Il nuovo studio, inoltre, si basa su un campione selezionato di persone (30mila), mentre lo studio inglese è stato condotto a livello di popolazione (360mila) e ciò contribuisce a spiegare i risultati in parte diversi. Nell’indagine del Regno Unito si osservava in generale una considerevole riduzione del tasso di positività agli anticorpi nell’arco di tre mesi (con il 26,5% che diventano negativi). Con significative differenze però tra le fasce di età, con i giovani che restavano positivi agli anticorpi più a lungo degli anziani. Anche il personale sanitario mostrava una risposta immunitaria più duratura e solida rispetto alle altre categorie professionali. Inoltre, veniva anche detto, che i sintomatici sviluppavano risposte più robuste all’infezione rispetto agli asintomatici. Per come è stato disegnato lo studio inglese può darci indicazioni sull’ipotesi dell’immunità di gregge che lo studio americano non può e non prova neanche a dare. Il campione oggetto dello studio di Mont Sinai infatti è molto più connotato, non è rappresentativo della popolazione generale. Per questo può dirci poco sull’immunità di gregge, ma può dirci molto sul funzionamento di un vaccino. 

I ricercatori della Mount Sinai University, da quanto leggiamo nel paper, hanno condotto l’indagine su un campione di più 70mila adulti, con 30mila positivi, composto da persone che hanno sviluppato forme moderate della malattia donatori del plasma da usare come terapia anti-Covid e da impiegati dell’ospedale universitario. Sarebbe interessante sapere se l’età media del campione (presumibilmente non anziani), la sintomatologia conclamata e la presenza di operatori sanitari particolarmente esposti al virus abbia influito sui risultati. 

Se così fosse tirando le somme dei due studi e basandosi sui punti in comune si potrebbero azzardare alcune ipotesi sull’immunità: le maggiori probabilità di sviluppare gli anticorpi si hanno quando si sviluppa la malattia con sintomi evidenti, quando si è giovani e quando si è molto esposti al virus. 

Lo studio americano, lo ricordiamo, non si esprime sull’immunità di gregge. Il fatto che una determinata categoria di persone (giovani, ammalati con sintomi o persone esposte ripetutamente al virus) sviluppi una risposta anticorpale per quanto robusta e duratura non dimostra che sia possibile lo sviluppo di una difesa immunitaria a livello della popolazione.