Covid-19. Un decesso su 6 potrebbe essere legato all’inquinamento dell’aria

Lo studio

Covid-19. Un decesso su 6 potrebbe essere legato all’inquinamento dell’aria

Una prolungata esposizione alle polveri sottili Pm 2,5 aumenta il rischio di morire di Covid. Uno studio internazionale calcola per la prima volta Paese per Paese quanti morti si sarebbero potuti evitare se l’aria respirata dalla popolazione fosse stata più pulita. In Italia circa 5.500

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Immagine: Aliazimi, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione

A suggerire un’associazione tra l’inquinamento atmosferico e un aumento del rischio di mortalità per Covid-19 è prima di tutto la logica. Le polveri sottili favoriscono l’insorgere di malattie respiratorie e cardiovascolari e ne aggravano il decorso. Le malattie cardiace e polmonari sono state riconosciute come fattori di rischio per Covid, Quindi le polveri sottili aumentano le probabilità di non sopravvivere all’infezione da Sars-Cov-2. 

Ora un gruppo internazionale di scienziati ha prodotto ulteriori indizi a supporto di questo legame e ha stimato per la prima volta quanto incida l’esposizione a lungo termine al particolato fine sulla mortalità per Covid in ogni Paese del mondo. Il che in sostanza significa calcolare quanti morti si sarebbero potuti evitare se la popolazione avesse respirato aria più pulita. In Italia, per esempio, ci sarebbero stati 5.500 morti in meno. 

Secondo i risultati delle studio pubblicato sulla rivista Cardiovascular Research , in media il 15 per cento circa dei decessi per Covid-19 nel mondo potrebbe essere colpa dell’aria inquinata. Più precisamente: può essere attribuito alle polveri sottili il 19 per cento dei decessi in Europa, il 17 per cento di quelli nell’America del Nord e il 27 per cento nell’Asia orientale. 

Non si può escludere che esista una relazione diretta tra l’inquinamento e le morti per Covid, dicono i ricercatori, ma l’ipotesi più plausibile è che l’impatto sulla mortalità delle polveri sottili avvenga in maniera indiretta compromettendo la salute cardiovascolare o respiratoria ed esponendo così le persone a rischi maggiori nel caso di contagio da nuovo coronavirus. 

I ricercatori hanno raccolto i dati epidemiologici degli studi condotti in Cina sull’epidemia di Sars del 2003 e i risultati di indagini più recenti condotte negli Stati Uniti e in Italia sull’attuale pandemia (con dati raccolti fino a giugno 2020).   

Questi dati sono stati poi messi a confronto con quelli del monitoraggio satellitare delle polveri sottili. 

Grazie a un modello matematico basato sulla combinazione di tutte le informazioni, gli scienziati hanno potuto stimare la percentuale di decessi per Covid attribuibile all’inquinamento Paese per Paese. 

Nella repubblica Ceca le polveri sottili hanno contribuito al 29 per cento dei decessi, in Cina al 27 per cento, in Germania al 26 per cento,  in Francia e negli Usa al 18 per cento, in Italia al 15 per cento, nel Regno Unito al 14 per cento.  I Paesi dove l’inquinamento ha avuto il minore impatto sulle morti per Covid sono Israele (6%), Australia (3%) e Nuova Zelanda (1%). 

Un esempio può aiutare a comprendere meglio le responsabilità delle polveri sottili: dei 44mila morti per Covid del Regno Unito, circa 6.100 possono essere attribuiti all’inquinamento dell’aria, dei 220mila morti americani, 40mila sono imputabili a una cattiva qualità dell’aria e dei  

37mila decessi, 5.500 possono essere considerati responsabilità dell’inquinamento. 

Perché respirare aria inquinata può aumentare il rischio di morire per Covid? Le polveri sottili PM2,5, migrano dai polmoni al sangue e ai vasi sanguigni, causando danni al rivestimento interno delle arterie, l'endotelio che portano al restringimento e all'irrigidimento delle arterie. 

Anche il virus Sars Cov-2 causa danni simili ai vasi sanguigni, aggravando la condizione clinica preesistente. Inoltre il particolato sembra aumentare l'attività sulla superficie cellulare del recettore Ace-2, considerato la chiave di accesso utilizzata da Sars-Cov-2 per penetrare nell’organismo. Non è da escludere anche una seconda ipotesi, suggerita da studi precedenti. Sembra che un’elevata concentrazione di particolato fine nell’aria possa prolungare la permanenza nell’ambiente dei virus favorendone la diffusione. L’inquinamento dell’aria sembrerebbe cioè amplificare le potenzialità di infezione degli agenti patogeni. «I nostri risultati suggeriscono un potenziale sostanziale beneficio dalla riduzione dell'esposizione all'inquinamento atmosferico, anche a livelli di PM2,5 relativamente bassi. Guardando alla pandemia di COVID-19 dalla nostra prospettiva ambientale emerge che la ricerca di politiche efficaci per ridurre le emissioni antropiche, che causano sia l'inquinamento atmosferico che il cambiamento climatico, deve essere accelerata», dichiarano in conclusione i ricercatori.