- Immagine
DidascaliaImmagine: jaocampoz, CC0, via Wikimedia Commons
Con l’avanzare dell’età la memoria tende a diventare meno affidabile. È una convinzione diffusa, quasi un luogo comune. Eppure non è una regola universale: alcune persone restano mentalmente lucide anche a cento anni, mentre altre iniziano a sperimentare difficoltà già nella mezza età. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature suggerisce che parte della spiegazione potrebbe trovarsi non nel cervello, ma nell’intestino.
La ricerca, condotta da un gruppo di scienziati dell’Arc Institute di Palo Alto, in California, indica che l’invecchiamento del tratto gastrointestinale può produrre molecole in grado di ridurre l’attività di una importante via di comunicazione tra intestino e cervello. Nei modelli animali questa alterazione si traduce in un declino cognitivo associato all’età.
Secondo gli autori, il risultato contribuisce a mettere in discussione l’idea tradizionale secondo cui il deterioramento della memoria dipenderebbe esclusivamente dall’invecchiamento del sistema nervoso centrale. Processi biologici che avvengono in altre parti del corpo, sostengono i ricercatori, possono infatti influenzare la capacità del cervello di formare ricordi.
Il ruolo dei segnali interni del corpo
Quelli che comunemente chiamiamo sensi – vista, udito, gusto, olfatto e tatto – sono definite nel loro insieme «esterocezione», cioè la capacità di percepire stimoli provenienti dall’esterno. È noto che queste funzioni tendono a ridursi con l’età. Molto meno compresa, spiegano gli scienziati, è invece la cosiddetta «interocezione»: la percezione inconscia che il cervello ha dello stato degli organi interni e che consente di regolare numerosi processi fisiologici.
Un ruolo chiave in questo sistema è svolto dal nervo vago, una lunga via nervosa che collega al cervello diversi organi, tra cui cuore, intestino, polmoni e fegato.
Nel nuovo studio i ricercatori hanno osservato che il segnale che dall’intestino raggiunge il cervello attraverso il nervo vago sembra proteggere i topi dal declino cognitivo legato all’età. Stimolando specifici neuroni sensoriali intestinali collegati al nervo vago, infatti, gli scienziati sono riusciti a ripristinare nei topi anziani prestazioni cognitive paragonabili a quelle degli animali giovani.
Uno dei risultati più significativi della ricerca è proprio l’osservazione che anche i sensi interni, come quelli che regolano il dialogo tra intestino e cervello, sembrano diminuire con l’età, in modo analogo ai sensi esterni.
L’influenza del microbioma
Un altro elemento chiave emerso dallo studio riguarda il microbioma intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che popolano il tratto digestivo. Con il passare degli anni la composizione di questo ecosistema cambia: mutano le specie presenti, la loro abbondanza relativa e le attività metaboliche che svolgono.
Per verificare se queste trasformazioni potessero influenzare la memoria, i ricercatori hanno trasferito il microbioma di topi anziani in animali giovani. I risultati sono stati sorprendenti: i topi giovani che avevano ricevuto un microbioma «vecchio» hanno mostrato prestazioni peggiori nei test di memoria, simili a quelle degli animali anziani.
Quando il microbioma è stato ridotto mediante trattamento con antibiotici, però, le capacità cognitive sono tornate a livelli paragonabili a quelli dei topi giovani. Ancora più significativo il fatto che i topi privi di microbioma mostrassero un rallentamento del declino cognitivo rispetto agli animali con microbiomi normalmente invecchiati.
Secondo i ricercatori, questi dati suggeriscono che alcune componenti o sottoprodotti dei microbi intestinali possano contribuire al processo di perdita di memoria, tipico dell'invecchiamento.
Un batterio sotto osservazione
L’analisi ha portato a individuare un possibile protagonista: il batterio Parabacteroides goldsteinii. Gli scienziati sospettano che anche altri microrganismi associati all’invecchiamento possano svolgere un ruolo, ma questo batterio appare particolarmente rilevante perché produce molecole chiamate acidi grassi a catena media.
Con l’età i livelli di queste molecole tendono ad aumentare nell’intestino, in parte proprio per la maggiore presenza di batteri che le producono. Come conseguenza aumentano gli acidi grassi a catena media che attivano alcune cellule immunitarie residenti nell’intestino, inducendole a rilasciare molecole di segnalazione infiammatoria.
Una di queste, l’interleuchina uno beta, si è rivelata capace di compromettere il funzionamento dei neuroni sensoriali del nervo vago. Gli esperimenti hanno permesso ai ricercatori di seguire il percorso dell’effetto: dai microbi intestinali alle cellule immunitarie dell’intestino, quindi ai neuroni sensoriali e, attraverso il nervo vago, fino all’ippocampo, la regione del cervello dove si formano i ricordi.
Possibili strategie terapeutiche
Gli esperimenti indicano anche alcune possibili vie di intervento. Nei topi che già mostravano segni di declino cognitivo, diverse strategie hanno consentito di recuperare prestazioni simili a quelle giovanili.
La riduzione del microbioma tramite antibiotici ha migliorato la memoria, anche se gli stessi ricercatori sottolineano che una simile strategia non sarebbe sostenibile come trattamento a lungo termine. Un approccio più mirato ha utilizzato un batteriofago – cioè un virus che infetta i batteri – capace di ridurre l’attività di Parabacteroides goldsteinii. In questo modo i livelli di acidi grassi a catena media sono diminuiti e le prestazioni nei test di memoria sono migliorate.
Un’altra possibilità potrebbe consistere nel potenziare direttamente l’attività del nervo vago. Gli scienziati hanno stimolato questo circuito trattando i topi con l’ormone intestinale colecistochinina oppure con agonisti del recettore del peptide glucagone-simile uno, farmaci appartenenti alla stessa classe di medicinali utilizzati anche per il controllo del diabete e dell’obesità. In entrambi i casi i deficit di memoria associati all’età sono stati ridotti.
Secondo gli autori dello studio, questi risultati suggeriscono che ciò che viene spesso considerato semplicemente «invecchiamento del cervello» potrebbe essere influenzato, e forse in parte controllato, da processi che avvengono altrove nell’organismo e che potrebbero essere più facilmente modulati con farmaci o altri interventi terapeutici.
Le domande aperte
La ricerca è stata condotta esclusivamente su modelli animali, e resta dunque da stabilire se lo stesso meccanismo sia presente anche nell’uomo. I ricercatori stanno già lavorando a nuovi progetti per chiarire questo punto.
Alcuni indizi indiretti, tuttavia, esistono. In pazienti affetti da forme gravi di epilessia o in fase di recupero dopo un ictus, uno dei trattamenti possibili consiste nella stimolazione del nervo vago mediante dispositivi impiantati che inviano impulsi elettrici. In diversi casi i pazienti sottoposti a questa procedura hanno riferito miglioramenti delle capacità cognitive.
Gli scienziati ipotizzano inoltre che altri processi biologici – come l’infiammazione cronica o alcune infezioni – possano contribuire a un malfunzionamento del nervo vago attraverso meccanismi simili. Studi futuri dovranno chiarire se la stimolazione di questa via nervosa possa offrire benefici anche nei disturbi cognitivi associati a queste condizioni.
Un’ulteriore domanda riguarda le forme più gravi di declino cognitivo legato all’età, come le malattie neurodegenerative e le demenze. Comprendere se il dialogo tra intestino e cervello giochi un ruolo anche in questi processi potrebbe aprire, secondo i ricercatori, nuove prospettive per la prevenzione e il trattamento.
Su argomenti simili
Un atlante del cervello umano lungo l’intero arco della vita, dalla nascita ai cento anni, per capire come cambiano nel tempo le connessioni tra le diverse aree cerebrali e in che modo queste trasformazioni siano legate allo sviluppo cognitivo, all’apprendimento e all’invecchiamento. È il risultato di uno studio pubblicato su… Leggi tutto
Uno studio dell’Università statale di Milano propone un possibile quadro interpretativo di come la stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS) possa contribuire a miglioramenti nella malattia di Alzheimer: il campo elettrico della tDCS può modificare la “superficie” delle fibrille di amiloide e ostacolarne l’allungamento, un processo… Leggi tutto
Mondo scientifico, volontariato e terzo settore per affrontare una delle principali sfide sanitarie globali: la crescita delle patologie neurologiche. In occasione della Settimana del Cervello (16-22 marzo), la Società Italiana di Neurologia, la Croce Rossa Italiana e la Fondazione Aletheia hanno firmato nella Sala Nassirya del Senato un… Leggi tutto
Un team di ricerca dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-In) e dell’Università di Firenze ha individuato un meccanismo fondamentale della percezione visiva: una forma di memoria che ci permette di "vedere" gli oggetti anche quando scompaiono temporaneamente dalla vista, per esempio dietro un ostacolo.
Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica *Nature Communications* segna un importante passo avanti nella comprensione molecolare della sindrome NEDAMSS, una rara malattia del neurosviluppo. La ricerca è stata condotta dal team del laboratorio di Neurobiologia e genetica molecolare diretto da Ferdinando Fiumara, del Dipartimento di… Leggi tutto
Uno studio internazionale ha rivelato un collegamento sorprendente tra la fisica quantistica e i modelli teorici alla base dell’intelligenza artificiale.
La ricerca, nata dalla collaborazione tra l’Istituto di Nanotecnologia del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Nanotec), l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e la Sapienza… Leggi tutto
Portare al centro del dibattito pubblico un tema spesso trascurato, ma cruciale per migliaia di famiglie italiane: la piena attuazione delle norme sulle cure palliative nelle malattie neurologiche gravi. È stato questo l’obiettivo della conferenza stampa che si è svolta in Senato, promossa dalla Società delle Scienze Neurologiche Ospedaliere (… Leggi tutto
Combattere lo stigma attraverso informazione corretta, visibilità pubblica e strumenti concreti di supporto. È con questo obiettivo che in occasione della Giornata internazionale per l'epilessia del 9 febbraio la Lega italiana contro l’epilessia (Lice) ha presentato la Campagna nazionale 2026.
Lunedì 9 febbraio il Colosseo si è illuminato… Leggi tutto
L’autismo non colpisce (quasi) solo i maschi. Una ricerca svedese pubblicata sul British Medical Journal mette in discussione l’idea consolidata che la condizione sia molto più comune tra i ragazzi: i tassi di autismo tra maschi e femmine potrebbero essere invece più simili di quanto si pensasse.
Negli ultimi trent’anni, la prevalenza del… Leggi tutto
Rafforzare le difese naturali del cervello attraverso lo sviluppo di una piccola molecola “smart”. È questa, in sintesi, la nuova strategia nella lotta all'Alzheimer proposta da uno studio coordinato dall’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pozzuoli (Cnr-Icb), pubblicato sul Journal of… Leggi tutto
Un passo avanti nella conoscenza del cervello umano. Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano e dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio ha identificato un circuito cerebrale essenziale per l’esplorazione visiva nello spazio. La ricerca, pubblicata su Nature Communications, potrebbe rivoluzionare la neurochirurgia,… Leggi tutto
Uno studio pubblicato sulla rivista Child Development dimostra come i bambini che più spesso mangiano da soli sono in grado, già a un anno, di sviluppare competenze comunicative più avanzate.
Mangiare in modo autonomo è una delle tappe evolutive più significative nel percorso di crescita di ogni bambino. Generalmente è un’abilità che… Leggi tutto
Una ricerca internazionale ha identificato un meccanismo molecolare in grado di rallentare la crescita del medulloblastoma, il tumore cerebrale maligno più frequente in età pediatrica. Alla ricerca, coordinata dall’Institut Curie, hanno partecipato anche ricercatori della Sapienza Università di Roma. I risultati sono stati pubblicati sulla… Leggi tutto
Per la prima volta, uno studio basato su un campione di pazienti dimostra che la schizofrenia è associata a un rilascio significativamente maggiore di serotonina nella corteccia frontale, un’area del cervello cruciale per la motivazione e la pianificazione. L’eccesso di serotonina risulta strettamente correlato alla gravità dei cosiddetti… Leggi tutto
Prende il via un progetto Anaci-Sima-KNX Italia: gli amministratori di condominio diventano “ambasciatori” della salute urbana.
In Italia il 75% delle famiglie, circa 45 milioni di persone, vive in edifici condominiali, una popolazione paragonabile a quella di uno Stato europeo di medie dimensioni. Abitazioni che, tuttavia, presentano… Leggi tutto
Non esiste alcuna relazione tra vaccini e autismo. A dirlo, ancora una volta con chiarezza, è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha pubblicato una nuova analisi del suo Comitato Globale Consultivo sulla Sicurezza dei Vaccini (Gacvs). L’esito è netto: alla luce di tutte le prove disponibili, i vaccini non causano disturbi dello spettro… Leggi tutto
Che cosa succede al nostro organismo quando il cortisolo — il celebre “ormone dello stress” — rimane alto troppo a lungo? A questa domanda ha provato a rispondere un gruppo di ricercatori dell’azienda ospedaliero-universitaria di Pisa, che ha condotto un’indagine unica nel suo genere: misurare per un’intera giornata, minuto per minuto, quanta… Leggi tutto
Combinare movimento fisico, stimolazione cognitiva e coltivare relazioni sociali può avere un impatto significativo sulla salute del cervello che invecchia. Un recente studio italiano pubblicato sulla rivista Brain, Behavior & Immunity–Health ha dimostrato che un intervento multidimensionale denominato “Train the Brain” è in grado di… Leggi tutto
