Ecco come i tumori del rene diventano metastatici

La scoperta

Ecco come i tumori del rene diventano metastatici

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Immagine: Museum of Veterinary Anatomy FMVZ USP / name of the photographer when stated, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
La perdita di un gruppo di geni dell’interferone è il meccanismo molecolare che consente ai tumori a cellule renali di diventare tolleranti alla aneuploidia, l’instabilità cromosomica riconosciuta come punto debole dei tumori. È così che la malattia progredisce nella forma metastatica

C’è un punto debole nel tumore del rene che però può diventare anche il suo punto di forza. È la cosiddetta “aneuploidia”, una anomalia delle cellule cancerose che consiste nella distribuzione non omogenea dei cromosomi alle cellule figlie. In condizioni normali le cellule umane posseggono in tutto 46 cromosomi, due coppie di 23 cromosomi, mentre le cellule tumorali possono averne di più o di meno. Questa instabilità cromosomica è stata considerata finora come un tallone d’Achille contro cui puntare le armi delle terapie. Ora si scopre, grazie a uno studio del MD Anderson Cancer Center, che alcuni precisi processi molecolari consentono alle cellule tumorali di resistere all’ instabilità cromosomica e di proliferare diventando metastasi. 

I ricercatori, grazie a un nuovo modello di tumore a cellule renali aggressivo, hanno potuto osservare “in diretta” il meccanismo che consente ad alcuni tumori di superare l’ostacolo dell’aneuploidia e di progredire indisturbati sfuggendo alle terapie. 

Utilizzando la tecnica di editing genetico Crispr/Cas 9, gli scienziati hanno riprodotto nei topi una copia fedele del tumore renale umano e ne hanno seguito l’evoluzione individuando i meccanismi responsabili della trasformazione nella forma aggressiva. I risultati, pubblicati su Nature Cancer, dimostrano che la formazione delle metastasi viene innescata dalla perdita di un gruppo di geni del recettore dell’interferone. È così che le  cellule tumorali diventano tolleranti all'instabilità cromosomica. I ricercatori hanno scoperto, analizzando dati sia sui topi che sugli esseri umani, una correlazione inversa tra la perdita di questi geni e l’aneuploidia, suggerendo così che l'interruzione del percorso dell’interferone sia una forma di adattamento agli elevati livelli di instabilità cromosomica. 

Questa caratteristica genomica potrebbe venire usata come un biomarcatore dei tumori potenzialmente metastatici e resistenti al trattamento.

«Fino ad ora, non esistevano modelli sperimentali efficaci per la progressione del carcinoma renale metastatico. Abbiamo introdotto mutazioni specifiche che mimano fedelmente le prime fasi dei tumori umani per vedere come i tumori si evolvono e metastatizzano. Questi tumori diventano genomicamente estremamente instabili e, per tollerare questa instabilità, tendono a perdere materiale genetico in un sito specifico in cui si trovano i geni dell'interferone. Queste intuizioni possono aiutare i medici a identificare i tumori che hanno le caratteristiche genomiche per diventare aggressivi», ha affermato Giannicola Genovese, professore di  Genitourinary Medical Oncology, a capo dello studio. 

Lo studio potrebbe aprire la strada a terapie target destinate ai pazienti in cui viene riscontrata la perdita di geni che favorisce le metastasi. 

Nella maggior parte dei casi il carcinoma a cellule renali, il tipo più comune di cancro del rene, risponde alla terapie indicate, che possono variare dall’immunoterapia, all’intervento chirurgico, alla target therapy, o a una combinazione di queste. Fino a un terzo dei pazienti però va incontro a una progressione aggressiva della malattia e non risponde ad alcun trattamento. Comprendere il meccanismo che dà vigore al cancro  e che permette alle cellule cancerose di superare l’instabilità cromosomica, che potrebbe essere al contrario un potenziale tallone d’Achille del tumore, può aprire la strada a trattamenti mirati per le forme aggressive.

I primi firmatari dello studio, che tra gli altri è stato finanziato da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, sono due ricercatori italiani, Luigi Perelli, all'MD Anderson Cancer Center, e Federica Carbone, oggi rientrata in Italia, al Nerviano Medical Sciences. Alla ricerca ha collaborato anche l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.