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L'analisi
Fibrillazione atriale: uno studio italo-inglese apre alla sospensione degli anticoagulanti dopo ablazione
Redazione
Corpo

Per i pazienti con fibrillazione atriale sottoposti ad ablazione transcatetere arriva un messaggio incoraggiante. Chi non manifesta più aritmie cardiache dopo la procedura potrebbe sospendere l'assunzione a lungo termine di farmaci anticoagulanti senza aumentare il rischio di ictus cerebrale, ottenendo al tempo stesso una riduzione significativa del rischio emorragico associato a questa terapia. È quanto emerge da uno studio italo-inglese appena pubblicato sulla rivista European Heart Journal Open, condotto dallo University College di Londra e dall'Istituto MultiMedica di Milano, commissionato dalla European Cardiac Arrhythmia Society.

I dati derivano dalla meta-analisi di tre trial clinici randomizzati (ODIn-AF, ALONE-AF e OCEAN) su oltre 2.300 pazienti.

La fibrillazione atriale è l'aritmia cardiaca più diffusa: secondo i dati del Global Burden of Disease, colpisce oltre 50 milioni di persone nel mondo, comportando un rischio importante di ictus, scompenso cardiaco e morte. L'ablazione con catetere è oggi un approccio consolidato per il controllo del ritmo, dimostratosi in grado di migliorare sintomi e qualità di vita. Tuttavia, la decisione di continuare la terapia anticoagulante dopo questa procedura presenta ancora aree di incertezza, rendendo i risultati della meta-analisi italo-inglese potenzialmente rilevanti per pazienti e professionisti sanitari.

I soggetti inclusi nell'analisi erano stati sottoposti con successo ad ablazione, non presentavano recidive aritmiche da almeno sei mesi e avevano un rischio tromboembolico medio-basso. In questo gruppo, interrompere l'impiego dei nuovi anticoagulanti orali (Nao) non ha comportato un aumento del rischio di ictus o embolie sistemiche durante un follow-up a medio termine di circa due anni.

I numeri sono eloquenti: il rischio di eventi tromboembolici risulta molto basso e sostanzialmente simile tra chi continua la terapia anticoagulante (0,86%) e chi la interrompe (0,69%). Al contrario, la prosecuzione degli anticoagulanti è associata a un incremento significativo di emorragie: i sanguinamenti gravi risultano quasi triplicati nei pazienti che mantengono la terapia rispetto a quelli che la sospendono definitivamente (0,90% contro 0,34%).

Questi risultati rafforzano l'idea di un approccio più personalizzato alla terapia dopo ablazione: non tutti i pazienti devono necessariamente assumere anticoagulanti per tutta la vita. La decisione rimane in ogni caso affidata al medico nella valutazione del singolo paziente, con particolare cautela nei soggetti ad alto rischio basale di ictus o in assenza di un adeguato monitoraggio del ritmo nel periodo successivo all'ablazione.

Questa meta-analisi «sembra offrire una speranza molto attesa dai pazienti con fibrillazione atriale» commenta Riccardo Cappato, direttore del Centro di Elettrofisiologia dell’Istituto MultiMedica, co-autore dello studio. «Se i promettenti risultati dello studio saranno ulteriormente confermati – prosegue - per questi pazienti si apre la prospettiva di un futuro non solo libero da aritmie, ma anche senza terapia anticoagulante. Un doppio risultato davvero confortante».

La meta-analisi mostra che nei pazienti senza recidive di fibrillazione atriale nei 6-12 mesi successivi ad ablazione transcatetere, è possibile sospendere la terapia con anticoagulanti «senza incorrere in un aumentato rischio di ictus o eventi embolici periferici» sottolinea Rui Providência, Institute of Health Informatics Research, University College of London, co-autore dello studio. «Oltre ad alleviare i pazienti dalla schiavitù farmacologica – aggiunge - questa strategia consente di ridurre il rischio di sanguinamenti durante follow-up post-procedurale».

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