La formula genetica della monogamia: così siamo diventati fedeli

Evoluzione

La formula genetica della monogamia: così siamo diventati fedeli

Ogni volta che una specie non monogama diventa monogama nel corso dell’evoluzione si ripete lo stesso processo genetico: nel cervello dei maschi si attivano alcuni geni e se ne disattivano altri. È la formula universale della stabilità coniugale

di redazione

Scelgono un partner e vi restano legati a lungo. Non necessariamente per  tutta la vita, ma il tempo necessario per allevare insieme la prole preoccupandosi di garantire ai discendenti un ambiente sicuro in cui crescere. Lo fanno i criceti, alcune specie di uccelli canori, di rane e di pesci. Lo fanno, per lo più, gli esseri umani. Perché alcuni animali scelgono rapporti di coppia stabili e altri no? 

Se lo sono chiesto i ricercatori dell’Università del Texas ad Austin che hanno ricostruito le origini evolutive della monogamia studiando 10 specie di vertebrati con abitudini coniugali differenti.  L’indagine descritta su Pnas, che ha coperto 450 milioni di storia evolutiva risalendo all’antenato comune delle 10 specie osservate,  si è conclusa con un risultato inaspettato: esiste una formula universale che ha determinato, nel corso dell’evoluzione, la trasformazione di specie non monogame in monogame. La fedeltà al partner scatta quando nel cervello degli animali vengono attivati alcuni geni e ne vengono disattivati altri. La monogamia di cui parlano gli scienziati è la cosiddetta “monogamia sociale”: i membri della coppia scelgono di restare uniti per svolgere le funzioni genitoriali e proteggere la prole dagli assalti dei predatori, ma possono concedersi rapporti sessuali “extraconiugali” senza tradire per questo il “patto” alla base dell’unione. 

I ricercatori hanno selezionato cinque coppie di alcune specie strettamente imparentate, alcune delle quali monogame altre non monogame. Per la precisione: due specie di roditori (Peromyscus e Microtus), due di uccelli, due specie di rane e due specie di pesci. 

Le cinque coppie sono rappresentative di cinque momenti evolutivi precisi durante i quali la monogamia è apparsa indipendentemente introducendo differenze sostanziali tra le specie.  In una di queste tappe dell’evoluzione, per esempio, i roditori delle praterie non monogami e quelli monogami sono finiti per diventare due specie separate. 

I ricercatori, avvalendosi di supercomputer per il sequenziamento del genoma,  hanno messo a confronto l’espressione dei geni nel cervello degli individui maschili di tutte le 10 specie per individuare i cambiamenti avvenuti nei periodi di transizione evolutiva alla monogamia. Scoprendo che ogni volta che animali strettamente imparentati abbandonavano la “poligamia”, nel cervello dei maschi avvenivano gli stessi cambiamenti a livello di espressione genica.  Le abitudini sociali delle coppie deriverebbero quindi dal modo in cui i geni sono espressi nel cervello. 

Sorprendentemente la formula evolutiva della monogamia è rimasta intatta per un lunghissimo periodo di tempo. 

«La maggior parte delle persone non si aspetta che in 450 milioni di anni, il passaggio a comportamenti così complessi accade ogni volta allo stesso modo», commentano i ricercatori.

Gli evoluzionisti si interrogano da tempo sul significato e sull’origine della monogamia. Il vantaggio evolutivo di una coppia stabile non è difficile da comprendere: il compito di proteggere la prole viene diviso tra maschi e femmine diventando così più efficace. Se ci si dedica in due, invece che da soli, ad allevare i figli le probabilità che questi ultimi sopravvivano e crescano sani per poi potersi riprodurre a lora volta aumentano. 

La maggior parte degli studi sulle origini evolutive della monogamia si sono però fermati a un passato molto più recente, arrivando al massimo a una decina di milioni di anni fa. Questo studio invece copre un arco di tempo evolutivo che non ha precedenti.