Geni e l’inquinamento insieme amplificano il rischio di depressione

Lo studio

Geni e l’inquinamento insieme amplificano il rischio di depressione

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Immagine: Aliazimi, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
di redazione
I geni possono predisporre alla depressione. L’inquinamento può favorire l’insorgere del disturbo. Ma le due cose insieme amplificano il rischio del disturbo mentale. Per la prima volta vengono analizzati gli effetti deleteri sulla salute psichica dell’accoppiata geni-inquinamento

I geni fanno la loro parte, l’inquinamento dell’aria ci mette il suo. Entrambi sono fattori di rischio riconosciuti per la depressione. Ma insieme sono una bomba a orologeria con molte più probabilità di trasformare una persona sana in una persona depressa. 

Quando la predisposizione genetica alla depressione è abbinata a elevati livelli di particolato atmosferico nell’ambiente in cui si vive, il rischio di sviluppare la malattia mentale è davvero dietro l’angolo. 

Per la prima volta uno studio su Proceedings of the National Academies of Sciences (PNAS) valuta l’effetto combinato dei due fattori di rischio noti per la depressione: i geni e l’inquinamento. 

E lo fa attraverso l’analisi incrociata di vari dati di natura molto diversa tra loro, come i livelli di Pm10 o Pm5, le immagini della risonanza magnetica funzionale, l’espressione genica nel cervello, raccolti in giro per il mondo grazie alla collaborazione di centri di ricerca di diversi Paesi. 

A queste informazioni sono state aggiunte quelle fornite da uno studio più ristretto condotto su 352 abitanti di Pechino, una città dove i livelli di inquinamento vengono diligentemente monitorati giorno dopo giorno.

I partecipanti sono stati prima sottoposti a genotipizzazione, il processo che individua le caratteristiche genetiche specifiche di un individuo tramite l’esame della sequenza del suo DNA. In base ai risultati di questa analisi, gli scienziati hanno calcolato la probabilità matematica che una persona soffra di depressione basata esclusivamente sui geni. Parallelamente sono state raccolte informazioni dettagliate sull'esposizione di ciascun individuo all'inquinamento atmosferico nei sei mesi precedenti allo studio.

Nella fase successiva, tutti i partecipanti hanno svolto test cognitivi mentre venivano sottoposti ad analisi del cervello con la risonanza magnetica funzionale. In questo modo i ricercatori potevano osservare quale parte del cervello venisse attivata durante il processo cognitivo. 

Ogni tanto gli scienziati introducevano degli elementi di disturbo per mettere di cattivo umore i partecipanti, come commenti negativi sulle loro performance. Questo espediente serviva per osservare reazioni emotive compatibili con la depressione. 

I ricercatori hanno poi dimostrato che le connessioni cerebrali emerse dopo aver ricevuto il giudizio negativo erano particolarmente influenzate dalla combinazione tra i geni per la depressione e l’esposizione all'inquinamento atmosferico. Il risultato è stato confermato in una serie di sofisticate analisi genetiche su tessuto cerebrale post mortem. I ricercatori hanno scoperto che chi aveva una predisposizione genetica alla depressione ed aveva vissuto in aree molto inquinate mostrava una maggiore integrazione tra i geni della depressione. 

I ricercatori hanno anche scoperto che un sottoinsieme di geni coinvolti nell’associazione tra inquinamento e depressione era implicato anche nell'infiammazione, una scoperta che potrebbe rivelarsi utile per lo sviluppo di farmaci che possano mitigare gli effetti dell'inquinamento atmosferico sulla funzione cerebrale e sulla depressione.

«Il messaggio chiave in questo studio, che emerge per la prima volta, è che l'inquinamento atmosferico sta influenzando importanti circuiti cognitivi ed emotivi del cervello modificando l'espressione dei geni che conducono alla depressione. Più persone nelle aree ad alto inquinamento diventeranno depresse perché i loro geni e l'inquinamento nel loro ambiente poetnziano gli effetti individuali di ciascuno»,  ha affermato Hao Yang Tan, MD, ricercatore presso il Lieber Institute, che ha guidato la ricerca in collaborazione con l'Università di Pechino.