L’illusione della longevità. Siamo proprio sicuri che viviamo più dei nostri antenati?

Il punto fermo

L’illusione della longevità. Siamo proprio sicuri che viviamo più dei nostri antenati?

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Immagine: Wilfredor, CC0, via Wikimedia Commons
di redazione
La durata della vita non si è allungata e probabilmente non si allungherà in futuro. In realtà abbiamo “solo” evitato di morire prima di invecchiare. Il traguardo della longevità massima è fissato dalla natura per ogni specie, l’importante è raggiungerlo

Si vive più a lungo perché si vive più a lungo, tutto qua. L’affermazione lapalissiana è la sintesi, non proprio ortodossa, di un complesso lavoro dei ricercatori della Duke University pubblicato su Nature Communications. E può essere spiegata così. L’aspettativa di vita massima della nostra specie è sempre stata grosso modo la stessa, oggi come centinaia di anni fa. Anche all’inizio dell’Ottocento un esemplare di Homo sapiens poteva aspirare in linea teorica a diventare centenario anche se nella vita reale moriva in media a 50-60 anni. Oggi si muore in media trent’anni più tardi. La differenza è che nel passato si moriva prima di raggiungere la fase di età più avanzata, ai nostri tempi invece gli esseri umani sopravvivono più a lungo e hanno maggiori possibilità di arrivare al “fine corsa” naturale. 

In sostanza, siamo diventati più abili a restare in vita per il tempo che ci è concesso di vivere, ma non abbiamo potuto fare nulla per aumentare la durata massima della vita della nostra specie. L’orologio che scandisce l’avanzare degli anni viaggia sempre allo stesso inesorabile ritmo, non siamo riusciti a rallentarlo per diventare veramente più longevi.

«Le popolazioni invecchiano principalmente perché più individui superano le prime fasi della vita. La prima infanzia era così rischiosa per gli umani, mentre ora preveniamo la maggior parte delle morti precoci», ha spiegato Susan Alberts, biologa evoluzionista della Duke University e autrice senior dell’articolo. 

Il team di ricerca ha analizzato i modelli di nascita e morte di 39 popolazioni di primati, umani e non umani, dimostrando che esiste un tasso invariante di invecchiamento imposto dalla natura. Per quanti progressi la medicina possa fare non può fare molto per oltrepassare i tassativi vincoli biologici assegnati a ogni specie. In questo studio non viene indicata l’età massima a cui possiamo aspirare, ma altri scienziati in ricerche precedenti avevano suggerito come limite invalicabile i 150 anni. 

«L’aspettativa di vita umana massima è aumentata di circa tre mesi all’anno dall’Ottocento a oggi. Questi progressi sono il risultato del fatto che la maggior parte dei decessi si è spostata in fasce di età sempre più avanzate, senza alcuna modifica nel rallentamento del tasso al quale la mortalità aumenta con l'età (cioè il "tasso di invecchiamento”)», scrivono i ricercatori. Gli scienziati infatti hanno osservato che nei primati non umani l’aspettativa di vita della specie dipende da quanti esemplari muoiono in giovane età. In altri termini l’invecchiamento di una popolazione avviene perché si smette di morire giovani e non perché intervengono fattori biologici che determinano una maggiore durata della vita. Il traguardo della corsa ad ostacoli che è la vita è rimasto sempre fermo alla stessa distanza. Nei secoli però alcuni ostacoli sono stati rimossi permettendo a un maggior numero di corridori di raggiungere l’obiettivo finale. 

«Questi risultati vanno a sostegno dell'ipotesi del cosiddetto tasso di invecchiamento invariante. Il tasso di invecchiamento è relativamente fisso per una specie. Non possiamo rallentare la velocità con cui invecchieremo, quello che possiamo fare è impedire che si muoia da giovani», concludono i ricercatori.