I costi di ricerca e sviluppo di un nuovo farmaco, che mediamente si aggirano sui 2 miliardi di euro, potrebbero essere ridotti di un quarto impiegando convenientemente l'Intelligenza artificiale. E la stessa Ia potrebbe contribuire ad abbassare del 40 per cento i tempi per arrivare a una nuova terapia, tempi che oggi possono arrivare a dieci anni.
È quanto hanno evidenziato, durante un evento on line nei giorni scorsi, gli esperti del Forum che raggruppa 75 Società scientifiche dei clinici ospedalieri ed universitari italiani (Fossc).
«Si calcola che solo il 12% dei farmaci messi a punto dalla ricerca clinica arriva effettivamente all’approvazione da parte degli enti regolatori» sottolinea Francesco Cognetti, coordinatore del Fossc. «L’applicazione dell’intelligenza artificiale – prosegue - sta iniziando a dimostrare tutte le sue grandi potenzialità anche nel complicato settore delle sperimentazioni cliniche. Può, infatti, consentire risparmi importanti in termini di tempo e di risorse umane-economiche dedicate, soprattutto in questo difficile momento storico. I Paesi Occidentali stanno iniziando a subire, anche nella ricerca, la forte concorrenza di nazioni come la Cina. Abbastanza evidente è il caso degli studi clinici contro il cancro avviati negli USA, che negli ultimi dieci anni sono diminuiti del 34%. In Europa invece si sono ridotti addirittura del 50% con un calo di pazienti arruolati di circa 60 mila in meno in dieci anni. Il Paese Asiatico è diventato il primo al mondo per numero di trial clinici oncologici. Bisogna perciò investire in questo settore strategico – raccomanda il coordinatore del Forum - anche per restare competitivi a livello internazionale».
Al momento in Italia sono attivi quasi 1.100 studi clinici multinazionali: 450 in meno della Spagna e 250 meno di Francia e Germania. In oncologia in particolare il nostro Paese si colloca solo al terzo posto.
«Abbiamo anche numeri inferiori di arruolamenti di pazienti» aggiunge Cognetti. «All’Italia vengono assegnati arruolamenti inferiori – precisa - e si trova con una media di 16,22 pazienti per studio contro i 38,11 della Spagna. Sono tutte opportunità perse soprattutto per problemi di carattere burocratico e organizzativo».
Negli ultimi trent'anni, ricorda Sergio Abrignani, professore di Immunologia dell’Università Statale di Milano, l'Italia «non è riuscita a essere un generatore di farmaci innovativi. Oggi si devono creare le condizioni perché la buona ricerca fatta in Italia porti allo sviluppo e alla produzione di farmaci innovativi nel nostro Paese». Per farlo, sostiene l'immunologo, bisognerebbe implementare due fattori: una struttura di trasferimento tecnologico efficace e un polo nazionale pubblico-privato per la produzione di farmaci biologici.
Un altro aspetto «molto critico», per Cognetti, è la durata delle procedure autorizzative: su 84 nuovi farmaci il cui decreto di rimborso è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale da luglio 2024 a maggio 2026 sono trascorsi in media 482 giorni (vale a dire oltre 16 mesi) dal momento della domanda di rimborso da parte dell’azienda (che avviene in media due mesi dopo l’ok dell’EMA, l'ente regolatorio europeo). A questi tempi vanno poi aggiunti quelli di inserimento nei Prontuari regionali e quelli per la preparazione e l’aggiudicazione delle gare ospedaliere. «Quindi – conclude il coordinatore Fossc - arriviamo alla fine a un totale di quasi due anni prima che un nuovo farmaco sia effettivamente disponibile ai pazienti italiani».
