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DidascaliaLa dottoressa Marta Camici
Una terapia con anticorpi ha ripristinato il corretto funzionamento del sistema immunitario di un paziente adulto con Long-Covid severo, dimostrandosi efficace nel trattamento di questa condizione ancora priva di cure riconosciute. Il caso, al centro di uno studio congiunto tra l’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, è pubblicato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases e suggerisce un possibile approccio terapeutico per sottogruppi selezionati di pazienti, da confermare con studi clinici controllati.
Il Long-Covid è una condizione caratterizzata dalla persistenza o dalla nuova insorgenza di sintomi che possono durare per mesi dopo l’infezione acuta da Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 (SARS-CoV-2). Tra le manifestazioni più frequenti figurano la fatigue, cioè stanchezza intensa, difficoltà cognitive, cefalea, insonnia, disturbi autonomici (quando il sistema nervoso autonomo non regola correttamente le funzioni involontarie), intolleranza allo sforzo, dispnea e disestesie, ossia alterazioni della sensibilità che modificano la risposta agli stimoli.
Lo studio condotto dai due Istituti ha analizzato il profilo clinico, neurocognitivo, immunologico e infiammatorio di un paziente di 39 anni, precedentemente sano e atletico, che dopo due infezioni da SARS-CoV-2 ha sviluppato una forma grave e persistente di Long-Covid.
Le terapie precedenti non avevano prodotto benefici duraturi. Dopo aver riscontrato la presenza di autoanticorpi circolanti capaci di interferire con funzioni vitali, tra cui comunicazione nervosa e tono dei vasi sanguigni, i clinici hanno prescritto immunoglobuline per via endovenosa ad alte dosi, anticorpi purificati di derivazione umana impiegati da anni in diverse patologie autoimmuni e infiammatorie per modulare la risposta immunitaria. Il trattamento è stato somministrato in tre cicli mensili, affiancato da valutazioni neuropsicologiche e stimolazione neurocognitiva.
Il miglioramento è stato rapido: già dopo il primo ciclo si è osservata una netta riduzione della fatigue e della nebbia cognitiva. Nei mesi successivi i sintomi si sono progressivamente normalizzati. A un anno dall’inizio della terapia, il paziente aveva recuperato le funzioni cognitive, era tornato al lavoro e aveva ripreso l’attività sportiva non agonistica, con una qualità di vita sovrapponibile al periodo precedente al Covid.
«Questi risultati suggeriscono che, in un sottogruppo di pazienti, il Long-Covid potrebbe essere sostenuto da una persistente disregolazione del sistema immunitario - osserva Marta Camici, ricercatrice e primo nome dello studio - non necessariamente legata alla presenza del virus nell’organismo». Le immunoglobuline, però, «non rappresentano una terapia per tutti – avverte - ma potrebbero avere un ruolo in pazienti selezionati, identificabili attraverso i biomarcatori trovati nello studio».
Il Long-Covid colpisce anche i più giovani e le immunoglobuline sono un farmaco già utilizzato in ambito pediatrico per altre patologie: «Questo apre la possibilità di estendere in futuro questo approccio anche ai pazienti pediatrici» aggiunge Eva Piano Mortari, ricercatrice e altra prima autrice dello studio.
Pur trattandosi di un singolo caso clinico, i risultati sono «estremamente incoraggianti» assicurano le ricercatrici, e forniscono «indicazioni importanti per la progettazione di futuri trial clinici controllati. «L’obiettivo dei prossimi studi - concludono - sarà identificare quali pazienti possano beneficiare maggiormente di questo approccio, confermare l’utilità degli autoanticorpi contro i neurotrasmettitori per la diagnosi di Long-Covid e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della risposta al trattamento».
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